• IL PUNTO

Così si cambia la Dottrina sociale della Chiesa

Dottrina sociale della Chiesa

Lo stile comunicativo dei documenti di Dottrina sociale della Chiesa sta cambiando. Ne abbiamo avuto un ulteriore sintomo nel recente Messaggio per la Giornata del Migrante e del Rifugiato di papa Francesco. Sostenere che qui il Papa prende posizione per lo ius soli e in particolare per il disegno di legge italiano, come hanno fatto i giornali ieri, è eccessivo, però non c’è dubbio che il testo del Messaggio entri in aspetti anche molto tecnici (e controversi) delle politiche di accoglienza.

Così aveva fatto anche la Laudato si’ in ordine ai problemi scientifici del riscaldamento globale. Fino ad ora i documenti hanno sempre evitato di sposare una ricetta, sapendo di correre il pericolo di battezzare con l’acqua santa una posizione di parte, di puntare su un cavallo che domani potrebbe essere sconfessato dalla storia data la sua contingenza, di indurre a pensare che un cattolico che su quel problema ritenesse legittime altre ricette non fosse più cattolico o fosse un cattolico incoerente e, soprattutto, di sostituirsi al lavoro di pensiero dei cattolici impegnati su quel fronte del sapere e dell’operare. 

La Dottrina sociale della Chiesa propone principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione. Essa ha quindi anche un’indole pratica. Tuttavia, siccome la Chiesa non possiede ricette in campo sociale e politico e non ha tutte le competenze necessarie, come il magistero innumerevoli volte ha assicurato, la sua indole pratica deve soprattutto essere attuata dai laici, sulla propria responsabilità e non su quella della Chiesa. 

Intendiamoci, il magistero può anche intervenire su singole leggi, mettendo in guardia dall’approvarle, se queste ledono i principi fondamentali della morale naturale e divina e quindi offendono l’uomo e Dio. Non è prudente applicare questo principio, invece, alle questioni sociali e politiche che possono stare in vari modi. Già Aristotele diceva che per questi problemi va adoperata la virtù della saggezza (la prudentia cristiana). Per dirla in modo ancora più chiaro: su una legge che offende la base naturale della famiglia e, quindi, danneggia la persona e la giustizia, il magistero deve intervenire direttamente per non permettere che i fedeli siano tratti in inganno. Su una legge che disciplina una materia complessa dove non sono in gioco principi non negoziabili, invece, è prudente dare le direttive d’azione di fondo e lasciare che poi intervenga la prudenza dei laici impegnati in politica. 

La Nota Ratzinger del 2002 sull’impegno dei cattolici in politica distingueva chiaramente tra questi due tipi di intervento. Ribadiva quali fossero gli ambiti in cui la coscienza cristiana non aveva discrezionalità, pena la perdita della coerenza tra fede e vita, e le questioni che invece potevano essere affrontate legittimamente in molti modi. Questo, spiegava la Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede, capita o perché si tratta di questioni complesse e articolate che non possono avere una risposta univoca, oppure perché presentano molti risvolti tecnici, oppure perché si prestano a diverse soluzioni tutte moralmente accettabili, oppure perché si possono affrontare a partire da principi di teoria politica legittimamente diversi. In tutti questi casi il magistero lascia libertà alla coscienza ben formata dei fedeli.

Dietro questa dottrina c’è la distinzione della teologia morale tra gli atti intrinsecamente cattivi (o assoluti negativi) e gli atti buoni, ripresa e confermata autorevolmente dalla Veritatis splendor di Giovanni Paolo II. Se gli atti intrinsecamente cattivi non si possono mai fare, il bene invece lo si può fare in molti modi. 

Ora, la politica delle migrazioni appartiene a quest’ultimo genere di problemi: l’indicazione all’accoglienza è un precetto morale positivo, che dice di fare il bene, il bene però lo si può fare in molti modi, e per di più trattasi di questione complessa, con rilevanti aspetti tecnici, per cui il soggetto deputato a valutare e a scegliere è la coscienza ben formata dei laici. 

Bisognerà approfondire – e questo breve intervento non è il luogo più adatto - come mai ci sia una tendenza del magistero sociale in generale a non dare indicazioni chiare davanti a leggi e a politiche evidentemente contrarie all’ordine morale naturale e divino, mentre ci sia un impegno maggiore a prendere posizione diretta, scavalcando la laicità dei problemi e i laici cristiani stessi, su questioni complesse che per loro natura si prestano a più soluzione possibili e legittime. Capita sempre più spesso che il cattolico impegnato nella società si senta con le spalle scoperte quando si impegna per la vita o per la famiglia e si senta invece confortato dai “piani superiori” quando fa accoglienza agli immigrati o quando mette i pannelli solari sul tetto della parrocchia. Ma tra i due ambiti c’è un abisso di differenza.

Da parte mia mi permetto di suggerire solo questo spunto riguardante la natura della Dottrina sociale della Chiesa. Essa è una “Dottrina” ed è “della Chiesa”. Che sia una dottrina comporta che si nutra di un pensiero, che sia un corpus articolato e organico, che chiami in causa più competenze raccordate analogicamente tra loro. E’ per la prassi ma non è prassi. Se si viene presi dalla spinta alla prassi, all’esserci in campo, a fare da pompiere alle emergenze perché non nella dottrina, ritenuta astratta, ma nella vita immediata si incontra l’altro e si testimonia Cristo, allora si agisce come se il corpus dottrinale della Dottrina sociale della Chiesa non esistesse. 

In secondo luogo essa è “della Chiesa”, fa capo ad un soggetto unico, ma articolato. Se il magistero scende in campo nelle scelte politiche copre lo spazio dei laici. E questo – occorre riconoscerlo – è la cosa più strana di questo passaggio. Nel momento in cui si continua a celebrare la famosa autonomia dei laici, e la si rispetta addirittura quando essa supera i confini del lecito, ossia quando si impegna per il male rivendicandone la legittimità, si finisce poi per dare indicazioni concrete su singole norme e singole politiche, togliendo ai laici la loro legittima autonomia. Ho troppo bene in mente quante volte sono stati rimproverati i laici di un tempo perché troppo asserviti alle gerarchie ecclesiastiche e quante volte si siano criticate direttive d’azione presenti in altre encicliche, considerandole un pedaggio pagato dalla Dottrina sociale della Chiesa alle ideologie, per non sorprendermi di fronte a questo nuovo passaggio dello stile del magistero sociale.