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Chiesa, ti lascio: lo scandalo abusi si sente nei sondaggi

Il 37% dei cattolici statunitensi si pone serie domande sull'appartenenza alla Chiesa. Lo scandalo abusi miete vittime e fa perdere credibilità agli uomini di Chiesa. Ma il sondaggio pone serie riflessioni sulla fragilità di una fede, condizionata tra rabbia e frustrazione. 

Mentre la Chiesa in generale e quella americana in particolare è scossa e sconcertata per il problema degli abusi clericali, l’istituto di sondaggi e ricerche Gallup ha reso noto che il 37 per cento dei cattolici statunitensi si pone domande serie sulla loro appartenenza alla Chiesa, e si domandano se sia il caso di continuare a farne parte. C’è un incremento veramente drammatico, rispetto a un precedente sondaggio, condotto nel 2002.

Il 2002 era stato uno degli anni più critici della Chiesa americana, subito dopo l’esplosione del problema degli abusi, il vertice della Chiesa americana a Roma, e le misure di “tolleranza zero” istituite dal vertice dei vescovi Usa. Nel 2002 un’inchiesta della Gallup aveva trovato che il 22 per cento dei fedeli si poneva seriamente la domanda se restare nella Chiesa cattolica, o no. La crisi attuale ha portato a un aumento della percentuale di ben quindici punti. È evidente che tutto questo non potrà avere ripercussioni molto pesanti anche dal punto di vista finanziario. La Chiesa americana – e con essa la Santa Sede – si regge grazie all’apporto generoso dei fedeli laici. Un crollo nell’appartenenza avrà conseguenze pesanti anche dal punto di vista economico.

La domanda chiave del sondaggio era: “Come risultato delle recenti notizie di abusi sessuali su giovani da parte dei preti, vi siete chiesti se vorreste rimanere nella Chiesa cattolica, o no?”.  Nel 2002 come abbiamo visto il 22 per cento si è posto il problema. E questi perplessi sono diventati il 37 per cento quest’anno. 

I risultati sono basati su interviste con 581 cattolici he hanno partecipato in due sondaggi della Gallup, il primo dal 21 gennaio al 27 gennaio, e il secondo dal 12 febbraio al 28 dello stesso mese. Mentre il secondo sondaggio si stava svolgendo, papa Francesco si incontrava in Vaticano con i vertici delle Conferenze episcopali del mondo, per il famoso “Summit” sugli abusi. La crisi del 2002 era stata scatenata dai reportage del Boston Globe su abusi commessi da preti, una crisi in cui era apparso evidente lo sforzo della gerarchia (il card. Law fu richiamato a Roma) per nascondere lo scandalo.

Secondo gli esperti della Gallup, lo scandalo attuale sembra stia colpendo in maniera più profonda i cattolici di quello del 2002. Naturalmente è tutt’altro che chiaro se i cattolici che affermano di stare ponendosi delle questioni sulla propria permanenza nella Chiesa compiranno realmente questo passo; o se in realtà vogliano, rispondendo in maniera positiva alla questione posta dagli intervistatori esprimere la propria frustrazione per il modo in cui la Chiesa ha gestito il problema, dal 2002 a oggi. 

Indubbiamente questo sondaggio e i suoi risultati mettono in evidenza tutta una serie di fattori. Il primo, evidente, è la crisi di credibilità provocata dal loro stesso comportamento di uomini di Chiesa, negli Stati Uniti e a Roma, per la gestione del caso McCarrick e di molti altri.

E se realmente una parte consistente di fedeli decidesse di andarsene, questo porrebbe un altro, grande problema; e cioè quello di una fragilità delle basi della fede. La Chiesa non è un partito, o un’associazione qualsiasi, da cui si può decidere di entrare o uscire. Dovrebbe essere la risposta a questioni esistenziali, di salvezza o perdizione; e in quest’ottica l’infedeltà e le manchevolezze del suo clero, o del suo popolo, e la coerenza dei Pastori non incidono. La Chiesa appare la risposta di Pietro: “Signore, da chi andremo? Solo tu hai parole di vita eterna”. Sin dall’inizio nella Chiesa non sono mancati episodi eccellenti di infedeltà e tradimenti. Certo, essere fedeli è più semplice se la guida è chiara, e integra. Ma non è per la guida, che si sta nella Chiesa.

In un altro punto il sondaggio offre un elemento di riflessione su questa linea. Fra i cattolici, quelli che vanno poco o mai in Chiesa offrono la percentuale più alta di perplessi (46 per cento), mentre il tasso scende al 37 per cento fra quelli che vanno in Chiesa una volta al mese, e al 22 per cento fra i frequentatori settimanali. Lo stesso modello esisteva nel 2002. Ma allora solo un cattolico su otto di quelli più praticanti era perplesso sulla sua appartenenza. Quelli che erano praticanti irregolari facevano registrare il 24 per cento di perplessi, una cifra che saliva al 29 per cento fra i meno praticanti.