• IL RICORDO

C’era una volta Bernabei

Il Bernabei che dette miglior prova di sé fu quello di quando in sella c’era lui. Cioè, ai tempi gloriosi della Rai-radiotelevisione italiana, con tanto di garbate annunciatrici che trattavano il pubblico pagante da gran signore. Onore al merito di un grande servitore dello Stato, della statura di De Gasperi e Mattei.

Ettore Bernabei

Era fiorentino, come la Fallaci e l’attuale Giglio Magico. Ma di area sbagliata, secondo i canoni correnti. Incontrai una prima volta Ettore Bernabei a un Meeting di Rimini, quando già era una leggenda vivente (per dirla alla Stan Lee). Cenammo insieme e mi colpirono sia il temperamento bonario sia l’accento toscano che si era ben guardato dal perdere. Conversammo anche sui massimi sistemi e la nostra sintonia fu totale (ed essere in sintonia totale con me, date le idee che da sempre professo, è tutto dire).

Già in pensione da un pezzo e ormai solo titolare della Lux Vide, lui, mi spinsi a chiedergli lavoro come soggettista e sceneggiatore. Mi ritenevo (e mi ritengo), infatti, più bravo come narratore che come saggista e, avendo visto tutti gli sceneggiati di quella casa di produzione cinematografica, mi consideravo (e mi considero) molto meglio di quelli a cui si affidava la creatura bernabeiana. Mi invitò a parlarne più approfonditamente nel suo studio romano. Mi ci fiondai alla prima occasione, previo appuntamento, con gran dispendio (mio) di biglietti d’aereo (e taxi) in un tempo in cui i voli low-cost non esistevano. La prima cosa che mi disse fu di non proporgli preti-detective, perché obsoleti e superati. Faccio presente al lettore che Don Matteo è alla nona o decima stagione, con uno share ancora oggi stellare. Non tardai a rendermi conto che l’anziano boss era ormai superato pure lui, giacché erano altri quelli che reggevano il timone della Lux Vide.

Continuai a seguire i film della serie La Bibbia, che culminarono in un Gesù interpretato da Jeremy Sisto (da non confondersi con Zachary Quinto, il nuovo Spock di Star Trek: singolarmente, due attori americani con nomi di profeti e cognomi numerici consecutivi), col «prezzemolo» Luca Montalbano Zingaretti a far la parte di san Pietro. Gesù narrato come fosse un profeta minore e a tratti pure sbarazzino. Mah. Il resto della Bibbia era in stile, con comparse marocchine (improbabili ebrei d’epoca) e abiti chissà perché sfrangiati, secondo la regola non scritta (ma inventata da chissachì) che i vestiti palestinesi dei tempi biblici fossero privi di orlo. Tutti abbigliati da beduini straccioni, quantunque il Vangelo dica chiaro e tondo che Gesù era elegante. Ancora mah. Ma è vezzo duro a morire, tant’è che quando vedrete nelle sale il recentissimo The last days in desert (con Ewan McGregor che fa uno stralunato Gesù in quarantena e tentazione in un affollato deserto californiano) vi accorgerete che i soggettisti, sceneggiatori e costumisti americani seguono il solito andazzo.

Detto questo, il Bernabei che dette miglior prova di sé fu quello di quando in sella c’era lui. Cioè, ai tempi gloriosi della Rai-radiotelevisione italiana, con tanto di garbate annunciatrici che trattavano il pubblico pagante da gran signore. Fu accusato di aver cacciato Dario Fo, ma il futuro Premio Nobel aveva trasformato la sigla di Canzonissima in un inno al proletariato comunista così sfacciato da infastidire pure l’allora Pci. Fu accusato anche di aver «lottizzato» alla democristiana. E che doveva fare? La Rai era l’ex Eiar, creazione fascista per informare-formare il popolo. Chi si intronizzò al posto del Fascismo proseguì tranquillamente con tale «servizio pubblico», solo che adesso Dc-Pci-Psi rappresentavano la quasi totalità di detto popolo. Perciò, ogni «forza» voleva la sua quota, e ne aveva diritto. La Renzi-Rai odierna non è lottizzata per il semplice fatto che i lotti li ha presi tutti un solo partito; anzi, una sua corrente al momento dominante. Però, proprio il successo a costo zero di Techetecheté dimostra che gli italiani non si sono dimenticati dell’era-Bernabei, e ne hanno sconfinata nostalgia. Onore al merito di un grande servitore dello Stato, della statura di De Gasperi, Mattei, Moro, Andreotti, Fanfani. Quando, checché se ne dica, l’Italia era un posto migliore.