• IMMIGRAZIONE

Carovana di migranti bussa alle porte delle elezioni Usa

Alla vigilia delle elezioni Usa, una carovana di 7000 persone dall'Honduras sta attraversando il Messico per bussare alle porte dei nordamericani. È un'operazione organizzata fin da principio, da politici honduregni e cavalcata da Ong no borders, con molti effetti collaterali non intenzionali.

La carovana honduregna al confine col Messico

Una carovana di “migranti” è l’immagine più notiziabile degli anni ’10. Probabilmente nei libri di storia sarà quella che rappresenterà il decennio che stiamo vivendo. Masse di popoli disperati che si spostano e bussano alle porte del mondo ricco, provocando le più disparate reazioni, dall’accoglienza alla protesta degli alternativi no-borders, fino alla reazione con la vittoria dei partiti sovranisti, favorevoli alla chiusura dei confini. In questo fenomeno si inserisce sicuramente anche l’ultima carovana di 7000 sudamericani, soprattutto honduregni e guatemaltechi che, all’inizio di questa settimana, hanno varcato il confine fra Guatemala e Messico e ora dirigono sugli Stati Uniti.

Inutile dire che al di là della frontiera americana, si stanno già preparando allo scontro, legale, politico e anche fisico. Il periodo non è dei migliori: è la vigilia delle elezioni di Medio Termine, che si terranno il prossimo 6 novembre e si è nel pieno della campagna elettorale. I Democratici per ora tacciono, ma sono pronti al primo incidente grave o al primo errore dell’amministrazione Trump nella gestione della prossima crisi migratoria per sparare a zero. Già le immagini dei migranti, volti disperati con bambini sempre in prima fila, stanno facendo infiammare l’opinione pubblica progressista e fremere quella conservatrice. Basta vedere i commenti. Per la prestigiosa rivista progressista Newsweek, quei 7000 bisognosi hanno tutti diritto di asilo, perché al ritorno rischiano la vita. Per la meno conosciuta rivista online conservatrice Front Page Magazine, al contrario, la carovana è una forma di invasione e il cavallo di Troia di terroristi islamici e criminali latino americani. Ovviamente, fra quei 7000 uomini, donne e bambini, non tutti sono terroristi e criminali. Ma il rischio di infiltrazioni mafiose (e terroristiche) esiste e non può essere taciuto. D’altro canto, non tutti avranno diritto di asilo: stando alla media degli ultimi 5 anni, le autorità statunitense lo hanno riconosciuto al 20% dei richiedenti. Dunque è lecito attendersi che una percentuale simile sia realmente in pericolo in caso di ritorno in patria.

Di sicuro c’è solo che la carovana è organizzata. Come i pionieri dell’Ottocento, gli emigranti si mettono in gruppo per proteggersi. E ci sono fior di organizzazioni che coordinano lo spostamento di queste masse umane. Per garantirsi un passaggio sicuro attraverso 2500 km di territori ad altissimo tasso di criminalità, ci sono solo due modi: affidarsi ai passatori della malavita o aderire a queste carovane. I primi chiedono 7000 dollari in media per un viaggio verso gli Usa e in caso di pericolo (narcotrafficanti, gang rivali, polizia) possono anche abbandonare in mezzo al deserto nel Nord del Messico. I secondi offrono pasti gratis o comunque condizioni molto vantaggiose. Inutile dire che, per chiunque abbia intenzione di emigrare negli Usa, la notizia della partenza di una di queste carovane sia colta come un’occasione da non perdere. E questo spiega il gonfiarsi di queste masse umane fino a raggiungere le migliaia di unità in poche settimane. Le carovane non sono solo una forma di emigrazione, sono uno strumento di lotta politica in Honduras, adottato dalla sinistra antagonista per delegittimare il governo conservatore di Juan Orland Hernandez. Pare che inizialmente fosse un’iniziativa destinata a coinvolgere poche centinaia di persone, ma poi è sfuggita di mano. Uno dei suoi stessi organizzatori, Bartolo Fuentes, ammette che non si aspettava di veder partire migliaia di persone. Se il corteo di migranti nasce come forma di protesta locale in Honduras, nel momento in cui ha passato il confine messicano, non senza problemi e dopo scontri con la polizia, è diventato un problema internazionale, un modo, sempre politico, di attirare l’attenzione sulla questione delle migrazioni. A gestire il passaggio in Messico sono infatti Ong di no-borders, come Pueblo sin Fronteras (popolo senza frontiere) che si sono specializzate nell’organizzazione logistica delle carovane e mirano, per principio, all’abolizione delle frontiere (“Abbattere i muri imposti dall’avidità”). Specie della frontiera americana vista come confine fra mondo ricco e mondo povero.

La domanda è, cosa accadrà quando la carovana arriverà sotto il naso dei nordamericani, a ridosso delle elezioni. Trump, in uno dei suoi tanti tweet, ha invitato a non seguire l’esempio dell’Europa (“Avete visto cosa è successo in Europa negli ultimi cinque anni? Una schifezza totale”). E quindi la risposta a chi vuole accogliere è chiara: no. Nei giorni scorsi si è detto anche pronto a schierare l’esercito. Non per sparare su una massa disarmata, ovviamente, ma per aiutare la polizia di frontiera. Come in tutti i paesi occidentali, gli Usa offrono asilo politico, ma devono effettuare uno screening individuale. Se arrivano migliaia di richiedenti asilo in un colpo solo, il sistema può collassare. Per questo l’esercito può essere di aiuto, aggiungere forze alla polizia. Ma è probabile che l’opposizione dia battaglia, perché in base a una legge che risale a un secolo e mezzo fa, il Posse Comitatus Act, l’esercito non può fare le veci della polizia. Era una legge intesa per sventare la minaccia di una repressione militare interna. Ora per evitare l’accusa di instaurare un regime, l’amministrazione deve dimostrare che una massa di immigrati al confine (e non ancora dentro i confini) può costituire una minaccia alla sicurezza nazionale, dunque è legittimo l’uso di personale militare. E non sarà facile.