a cura di Francesco Boezi
  • Easter worshippers

Cardinale contro il politically correct di Obama e Clinton

Con il passare dei giorni, i numeri della strage di Pasqua in Sri Lanka si fanno ancora più drammatici. In un articolo su “Il Foglio”, Giulio Meotti ha ricordato – riprendendo i dati recentemente forniti dal governo cingalese - come quello del 21 aprile scorso “è stato il più grande singolo massacro di bambini cristiani”. Delle 250 vittime degli attentati, infatti, 46 erano minori. Alla ulteriore tristezza provocata da questi aggiornamenti sul bilancio finale, si aggiunge la rabbia per l’inefficienza delle indagini e la paura di nuovi attacchi.

Le Messe pubbliche continuano ad essere sospese e torneranno ad essere celebrate – con meno frequenza rispetto al passato – a partire dal prossimo 5 maggio. Il cardinale Malcolm Ranjith, arcivescovo di Colombo, sta continuando a manifestare tutto il suo dissenso per come il governo sta gestendo l’emergenza. L’ex segretario della Congregazione per il culto divino ha convocato nei giorni scorsi una conferenza stampa in cui ha criticato il lavoro della Commissione presidenziale istituita per le indagini ed ha lamentato un “rimbalzo di responsabilità” tra le forze politiche che potrebbe aver favorito la fuga all’estero dei mandanti delle stragi.

Alla luce del caos in cui sembrerebbero versare le autorità di pubblica sicurezza nazionali, Ranjith ha anche lanciato un allarme sul rischio di nuovi attentati nei giorni della festa buddista di Vesak. Le parole coraggiose dell’arcivescovo di Colombo hanno dato voce ad una comunità cristiana che si sente abbandonata dal proprio governo, dimostratosi incapace di garantire sicurezza prima e giustizia poi.

Ma la strage di Pasqua ha messo in evidenza anche come siano i cristiani in generale a sentirsi abbandonati da autorità civili ed opinion leaders internazionali. Infatti, i tweet di cordoglio di Barack Obama ed Hillary Clinton hanno reso manifesta l’esistenza di una tendenza a sfrattare a tutti i costi la Croce dalla sfera pubblica. La definizione di “Easter worshippers”, utilizzata a beneficio del politicamente corretto dai due esponenti dem americani, non è proprio andata giù al cardinal Dominik Duka che in questi giorni ha detto la sua sull’argomento in più di un’occasione.

Lo ha fatto sul suo blog, ricordando ai politici che hanno “etichettato” le vittime in Sri Lanka come “Easter worshippers”, che si celebra “Cristo, non la Pasqua” perché “senza il Suo sacrificio, la Pasqua sarebbe solo una copertura vuota senza contenuti che potremmo celebrare proprio come una volta si celebrava (in Repubblica Ceca, ndr) il Primo Maggio o l'anniversario della Grande Rivoluzione d'Ottobre”.

“Nel mondo attuale – ha osservato amaramente l’arcivescovo di Praga - sembra che tutte le idee siano morte e abbiamo appena ballato attorno al vitello d'oro”. “Le decisioni politiche – ha continuato - si concentrano su promesse economiche o finanziarie, ma nessuno vuole occuparsi dei valori che tengono insieme la società”. In un contesto simile diventa consequenziale che “ci chiamino ‘adoratori di Pasqua’ e ci augurino ‘buone feste’ o ‘vacanze’”.

Il cardinal Duka ha anche contestato la ricostruzione secondo cui, per comprendere gli attentati del 21 aprile, occorre tenere conto dell’ambito delle lotte intestine che hanno riguardato l’Isola dell’Oceano Indiano negli anni precedenti: “I media –  ha scritto il teologo ceco - ci dicono che questa società è stata in lotta permanente per molti anni; (…) Ma non è tutta la verità; nelle tensioni sono coinvolti devoti del buddismo, dell'Islam e dell'induismo. (…) non mi risulta che i cristiani o i gruppi cattolici abbiano mai attaccato gli altri”.

Un invito, dunque, a non buttare nel calderone i cristiani quando si vuole sostenere la tesi che nessuna comunità religiosa locale è rimasta immune dal ricorso alla violenza. Sottolineando l’incompatibilità tra fede cristiana e violenza (negazione, in quanto tale, del Vangelo) il primate della Repubblica Ceca ha voluto, infine, ricordare la gravità del fenomeno della cristianofobia che imperversa nel mondo tra il silenzio dei media mainstream: 150 mila persone hanno sofferto e soffrono detenzioni, torture e morte per il loro credo religioso. Anche i numeri dei missionari uccisi in giro per il mondo è in costante e preoccupante aumento.

Di fronte a questi dati – si è chiesto Duka – cosa hanno intenzione di fare le autorità preposte alla tutela della sicurezza internazionale e della dignità umana? Una domanda a cui – ha ribadito con forza il porporato – deve seguire una “risposta onesta” e non più “slogan vuoti, il falso politicamente corretto e i neologismi che non dicono nulla”. Nelle ore successive alla pubblicazione di questo post sul suo blog personale, l’arcivescovo di Praga è ritornato sull’argomento, rilanciando sul suo profilo Facebook un articolo del politologo Alexander Tomský dai toni ancora più forti. In esso, l’autore – dopo aver fatto riferimento ai tweet di Obama e Clinton ed aver accusato i liberal di “evitare la verità a tutti i costi - si è chiesto perché “i politici sono spaventati e riluttanti ad ammettere che gli islamisti stanno conducendo una guerra globale contro il Cristianesimo e la civiltà occidentale?”.

Tomský ha provato ad azzardare una risposta a questa domanda: “forse c'è una causa più profonda (…) i secolaristi intendono distruggere i resti della civiltà cristiana ed europea in nome di una società internazionale multietnica, e l'Islam li aiuta nei loro sforzi. Quello che succede quando questo vincerà, non gli interessa”.