a cura di Stefano Fontana
  • IL FESTIVAL BIBLICO

Bibbia, un pretesto per andare d'accordo con tutti

Quest’anno il Festival Biblico di Vicenza – “un modo nuovo di incontrare la Bibbia, dal 2 al 26 maggio 2019 – tratterà il tema della Polis: la convivenza, la comunità, la città, la politica". Ho scorso tutte le 16 pagine del fitto programma – ripeto: sedici pagine – e non ho trovato nemmeno un accenno alla Dottrina sociale della Chiesa. Come mai? Ma andiamo con ordine.

Il Festival Biblico si tiene da 15 anni a Vicenza. Nel corso del tempo, il progetto si è molto ampliato e oggi coinvolge anche Verona, Padova e Rovigo, intese come città e anche come provincia. In altre parole è ormai un Festival Veneto di rilevanza nazionale. Innumerevoli e di ogni genere le manifestazioni e gli incontri al punto che la Bibbia alla fine sembra soprattutto un pretesto. Se si legge il programma si trova di tutto: ciclopedalate, riflessioni a partire da Heidegger, Ermete Realacci sulla sostenibilità, tavola rotonda su “spunti per una nuova Chiesa”, meditazione al sorgere del sole e sguardo contemplativo sulla città, confronto a più voci sulla “Love difference”, discesa dell’Adige in gommone, serate di musica e di poesia, Marina Salamon sulla felicità, dialogo tra Mafalda Simpson e Vangelo, condivisioni e testimonianze accompagnati dai versi di Giorgio Gaber, teatro, emergenza educativa, la città inclusiva secondo il programma dell’ONU da qui al 2030, “Viaggio alla ricerca dell’altro e dell’altrove”, tour in trenino per le strade della città di Verona, e così via. Tutte queste iniziative sono motivate da qualche spunto biblico, spesso tirato per i capelli e strumentalmente forzato.

Con questo elenco (solo indicativo e assai incompleto) non si vuole dire che al Festival non ci siano anche gli esperti e soprattutto i biblisti. Ce ne sono molti, anche se tutti di un solo orientamento. E non si vuol dire che non ci siano i filosofi, ce ne sono molti. E i politologi: ce ne sono molti. C’è Possenti, Gui, Galli della Loggia, Flik, Blangiardo. Si vuol solo dire che il contesto è quello dello spettacolo, della fiera, dell’happening, del patch-work, della passerella in cui, alla fin fine, la Bibbia è un pretesto.

Il tutto condito secondo il pensiero diffuso (e inglobante) ecclesialmente corretto che va di moda oggi. Non poteva mancare il priore della comunità di Bose. All’evento conclusivo non poteva essere assente il cardinale Ravasi: e infatti ci sono ambedue. Tra i media-partner gli istituzionali Avvenire, Jesus, Famiglia Cristiana, Credere, TV2000. Molti gli eventi sulle periferie, sulle social-streets, sull’accoglienza e la sostenibilità. Tutto molto prevedibile ma anche tutto a senso unico. Se si dà un’occhiata agli sponsor, che occupano una pagina intera da tanti che sono, si comprende bene che la parata del Festival non avrebbe mai potuto dire qualcosa di non gradito. C’è un immenso mondo cattolico che la grande passerella del Festival Biblico non intercetta nemmeno.

Detto questo, si capisce anche perché al Festival Biblico non ci sia nemmeno un accenno alla Dottrina sociale della Chiesa, pur trattando esso della Polis. Ad essa si oppongono due atteggiamenti di fondo del Festival, che la rendono indigeribile.

Il primo è il “biblicismo”: criticato dalla Fides et ratio e utilizzato a Vicenza. Come se la Bibbia avesse una relazione diretta con tutto: con il carcere, con l’ambiente, con la cittadinanza inclusiva, con la città ideale, con i giochi sociali dei bambini dai 5 ai 99 anni e così via. Nella Bibbia ci sarebbero le suggestioni e gli spunti per affrontare qualsiasi tema, senza che ciò richieda un impianto di pensiero filosofico e teologico ben preciso e che il Festival Biblico non propone. Nessun elemento dottrinale al Festival, solo il fantasioso e spesso stravagante utilizzo diretto della Bibbia. Filosoficamente e teologicamente va bene tutto e questo “tutto” sarebbe tenuto insieme dalla Bibbia. Se non è biblicismo questo cosa altro lo è? Ora la Dottrina sociale della Chiesa è un corpus dottrinale – teologico e filosofico – che non può essere digerito in un contesto di kermesse biblicista.

Il secondo è che l’aspetto dottrinale della Dottrina sociale della Chiesa impone una serie di principi e criteri di giudizio che impedisce di andare d’accordo con tutto e con tutti, come avviene al Festival Biblico. Il suo aspetto dottrinale impone di “giudicare” i fenomeni sociali e politici e di prendere posizione con dei sì ma anche con dei no. Questa esigenza della Dottrina sociale va però contro la gioiosa macchina del Festival che è come un grande tavolo in cui ognuno dice la sua e tutti vanno d’accordo con tutti.