• LA MOSTRA

Bernini si ispirò alla Sindone per scolpire il Re dei Re

La fotografa Daniela di Sarra aveva notato una sorprendente somiglianza fra il viso del Salvatore, del Bernini, e il volto dell'Uomo della Sindone. Sovrapponendo le due foto, ha dimostrato che le due immagini collimavano quasi perfettamente. Bernini si è ispirato alla Sindone per la sua ultima scultura, per prepararsi a una buona morte.

Il busto del Salvatore di Bernini

Un’affascinante scoperta è stata presentata al pubblico il 25 gennaio a Roma: per realizzare la sua ultima opera, il busto di Cristo, il Bernini si è ispirato alla Sindone, a quell’epoca già conservata a Torino.

La felice intuizione si deve alla fotografa Daniela di Sarra, la quale, durante l’esposizione della sua mostra fotografica Fratello Sole - Sorella Luna nella basilica di San Sebastiano Fuori le Mura a Roma, aveva notato una sorprendente somiglianza fra il viso bellissimo del Salvatore del Bernini, ivi conservato ed esposto dopo essere stato ritrovato nel 2001 dall’architetto Francesco Petrucci, e il volto dell’Uomo della Sindone. Avviava allora un’indagine fotografica per riscontrare questa impressione, dapprima cercando punti di congruenza fra le due immagini. Avendone trovati numerosi, faceva una prova. Stampava il volto sindonico su un trasparente e lo sovrapponeva al volto della statua del Bernini. Si trovava così di fronte a un fatto straordinario: le due immagini collimavano quasi perfettamente!

Oramai questo dato non si poteva ignorare. Bisognava ora appurare lo svolgimento dei fatti che aveva portato il Bernini a ritrarre Gesù secondo i lineamenti impressi, non si sa come, su un antico, misterioso lenzuolo funebre, che ai tempi dello scultore era considerato la più sacra delle reliquie della cristianità. La fotografa cominciava così una lunga ricerca, durata due anni, sulle biografie contemporanee al Bernini, su antichi documenti e immagini e nelle risultanze di vari studi. Ne è nata una mostra e un libro, La Sindone e Bernini – L’Uomo dei Dolori, il più Bello dei Figli d’Uomo (Veat 2018).

Bernini aveva una forte fede religiosa che si inquadrava nel contesto della sua epoca, quando era viva la preoccupazione per il destino dell’anima nell’aldilà e conseguentemente l’importanza di una “buona morte”. Questa sensibilità era fortemente presente nell’animo dell’artista, il quale non poteva sfuggire al fascino della Sindone. Una grande devozione verso l’antico telo funebre era diffusa ai tempi del Bernini e la reliquia già da molti secoli aveva ispirato gli artisti nel riprodurre il Santo Volto.

Due grandi personaggi concorsero alla genesi del Busto del Salvatore: la Regina Cristina di Svezia e il Re di Francia Luigi XIV.  La regina, che era una confidente del Bernini, era devota della Sindone e a lei l’artista lasciò l’opera nel suo testamento. Quando il Re di Francia Luigi XIV chiese e ottenne che Bernini andasse a Parigi per il progetto del Louvre, nel 1665, il grande scultore si fermò a Torino, accolto con onori grandissimi, e visitò pure la Cappella della Sindone in fase di costruzione.

A Parigi scolpì anche il busto del Re, che suscitò immenso clamore. Centinaia di persone lo andarono a vedere. Bernini aveva ritratto nel marmo e nel metallo Papi, Re, Cardinali, nobili, tutti i grandi del suo tempo, ma il suo Signore era il Figlio di Dio, il Salvatore, Gesù. Non stupisce che abbia avuto l’idea di usare la sua insuperabile arte, partendo dal volto della Sindone, per fare il ritratto del Re dei Re. Conobbe a Parigi un religioso della Cappella del Re, Pierre Cureau de la Chambre, esperto di fisiognomica, il quale lasciò tutto e venne via con Bernini quando egli tornò a Roma, trattenendosi con lo scultore quasi un anno. Sulla via del ritorno da Parigi si erano fermati a Torino. Lì cominciarono gli studi per il Busto del Salvatore. Nel 1679 il Bernini, ottuagenario e concentrato sull’arte del ben morire, scolpì finalmente la sua ultima opera, senza nessuna commissione e a sue spese. Per la sua buona morte, diceva. In esso, secondo il figlio Domenico, egli “compendiò e restrinse tutta la sua arte”.

L’Uomo dei Dolori (Isaia 53, 3-8), l’Uomo della Sindone, che si è caricato delle nostre sofferenze e si è addossato i nostri dolori per salvarci, per l’arte geniale del Bernini risorge nella gloria, con i suoi lineamenti, ma trasfigurato nel Più Bello dei Figli d’Uomo (Salmo 44), il “bel pastore” (Giovanni 10, 14), kalòs, cioè agathos: buono. Il Risorto, il Salvatore, punto focale di tutta quella bellezza, che salverà il mondo.

Questo messaggio non è sfuggito alla sensibilità di Daniela di Sarra, la quale, dopo essere stata in pericolo di vita per una leucemia, ha rivolto la sua ricerca fotografica al bello “come via all’Assoluto”. Il Bernini, che restrinse in quest’opera tutta la sua arte (Filippo Baldinucci, biografia), seppe dare alla statua un’incredibile molteplicità di espressioni, che la fotografa ha saputo cogliere in modo suggestivo, aumentando il fascino di questo capolavoro.