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Baby gang, solo una compagnia vera le sconfigge

Viaggio nel Rione Sanità, tra i volontari di Portofranco che strappano i ragazzi alla dispersione scolastica: i casi di cronaca di questi giorni sono frutto di «solitudine e non senso» che sfociano in bravate sempre più cattive. Anche la formazione scolastica va rivista, valorizzando le realtà educative che si coinvolgono con i ragazzi.

Lunedì 18 dicembre, nel centro di Napoli, un ragazzo di nome Arturo viene aggredito senza alcun motivo. Quasi un’esecuzione jihadista. A colpire per uccidere non sono stati dei terroristi, ma 14-15enni. 
Venerdì 12 gennaio, tre ragazzi nei pressi della stazione di Chiaiano, penultima fermata della metropolitana collinare di Napoli, anche in questo caso senza alcun motivo apparente, vengono aggrediti da una quindicina di adolescenti. Uno dei tre, Gaetano, subisce l’asportazione della milza.
Sabato 13 gennaio, un sedicenne è circondato da una baby gang composta da ragazzini di dieci-dodici anni armati di coltello. Davanti al liceo Umberto, nel quartiere Chiaia.
Domenica 14 gennaio, verso le 21.30, ancora un sedicenne aggredito da una gang. Ancora senza nessun motivo, finito in ospedale per una frattura del setto nasale.

La cronaca napoletana delle ultime settimane sembra un bollettino di guerra, una guerra che ha minorenni sia carnefici che vittime. Fatti che meglio di qualsiasi discorso raccontano il livello di disagio giovanile. «Atti efferati, pure dimostrazioni di forza», ci dicono al centro Portofranco del Borgo Vergini nel Rione Sanità, uno dei più difficili di Napoli. Portofranco è una realtà di volontariato che, grazie all'impegno costante di numerosi volontari, aiuta nello studio centinaia di ragazzi, strappandoli così al fenomeno della dispersione scolastica che il Rapporto del Ministero dell'Istruzione (Miur) pubblicato il 12 gennaio rileva ancora al 13,8% su base nazionale ma con punte molto più elevate in Sicilia, Sardegna e, appunto, Campania. 

A Napoli Portofranco, che vanta un tasso di successi scolastici superiore al 90%, sia in termini di recupero di discipline sia di promozioni, è certamente un osservatorio privilegiato per capire questa realtà giovanile. Di fronte alla barbarie di queste settimane, la responsabile del centro, Elina, richiama anzitutto la testimonianza della madre di Arturo che trova la forza, in un momento difficilissimo, di pensare a tutti i giovani della città e di chiedere un «tavolo permanente per la legalità» che veda la partecipazione e l’impegno di tutti i protagonisti dell’emergenza educativa: famiglie, scuola, associazioni e  istituzioni.

Giusto, doveroso. «Ma non basta», afferma Marcello, altra presenza “storica” per gli studenti: «Le scuole sono letteralmente invase dai corsi sulla legalità», ma l'esperienza sul campo ci dice che questi progetti «non funzionano con gli ultimi, con chi vive ai margini. Non arrivano a chi avrebbe bisogno di lavorare presto per sostenersi e sostenere famiglie in difficoltà. A chi neanche frequenta il biennio dell’obbligo».

«Cosa offrono - interviene un altro volontario, Marco - gli istituti dei quartieri difficili ai tanti ragazzi in difficoltà? Gli istituti tecnici sono considerati ‘troppo impegnativi’, a maggior ragione i licei». Marco insiste sul fatto che, tranne delle rarissime eccezioni, gli istituti del quartiere non formano figure spendibili nel mondo del lavoro. «Per alcuni fortunati degli istituti alberghieri il massimo è sperare di fare i camerieri sulle navi da crociera. Così tantissimi non completano il biennio dell’obbligo e restano chiusi in casa: ‘non vale la pena fare nulla’ è una delle convinzioni più radicate in questi giovani».

A questo punto Elina riprende: «La nostra proposta è una riforma degli istituti tecnici e professionali e una valorizzazione delle realtà associative che possano liberamente organizzarsi con un primo biennio di avviamento al lavoro». Istituti e realtà associative ovviamente dovrebbero avere la possibilità di realizzare percorsi specifici, adeguati ai circa 6000 giovani che non frequentano oggi le scuole di Stato. Nello specifico, un biennio di formazione professionale riconosciuto ai fini dell’obbligo, che sia una reale preparazione al lavoro, una bottega

E la camorra? La manovalanza per la criminalità organizzata? È un ritornello che torna fuori a ogni caso di cronaca ma non è questo il problema principale, ci dicono a Portofranco. Quello che sta accadendo oggi è una nuova ‘malattia’ che colpisce i giovani. Una malattia per la quale, abbandonati da tutto e tutti, senza prospettive, covano il non senso, lo nutrono con le fiction e le bravate che devono essere sempre più cattive. È una solitudine disperata, ed Elina ricorda quando il parroco dei Vergini, una volta è sbottato: «Ma chi sta veramente con questi ragazzi?». Ecco, dice Elina, «noi condividiamo questa domanda». E ci racconta la serata di testimonianze e musica del 21 dicembre scorso dal titolo significativo: “A’ Cumpagnia o’ ppo’ Ffa’” (La compagnia lo può fare). «È proprio così - dice Francesco - il non senso è sconfitto da una compagnia vera». È quello che propone Portofranco, una compagnia di adulti che non hanno paura di mettersi in gioco, di continuare a imparare da tutti e da tutto, dando coraggio ai giovani. Se tutti vedessero persone cresciute bene, non ciniche o rassegnate, crescere sarebbe più facile.

Per questo la prima fondamentale ‘scelta politica’ sarebbe «sostenere chi si coinvolge coi ragazzi fino in fondo», e di conseguenza «riformare il biennio dell’obbligo formativo», lasciando liberi istituti e realtà associative di organizzarsi per rispondere a queste situazioni di disagio.