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Autonomie, nuova spaccatura nel governo

Nel vertice sull’autonomia convocato nei giorni scorsi dal premier Conte si è avuto l’ennesimo strappo tra Lega e Cinque Stelle, per conflitti su scuola e salari. E intanto i governatori del Nord hanno perso la pazienza. Salvini insisterà su questo tema, ma per ora è probabile che non rompa con l’alleato di governo.

I cittadini lombardi e veneti, in un referendum nell’ottobre 2017, votarono “sì” all’autonomia differenziata. Il residuo fiscale delle loro regioni è decisamente elevato. Sono regioni che restituiscono ogni anno allo Stato circa 100 miliardi in più di quanto ricevono. Le regioni del Sud e le Isole sono in una situazione opposta: prendono 33 miliardi all’anno in più di quanto versano. È una sperequazione inaccettabile che i governatori di allora, Roberto Maroni (Lombardia) e Luca Zaia (Veneto), quest’ultimo ancora in carica, decisero di affrontare indicendo quella consultazione popolare che diede un esito inequivocabile in favore dell’autonomia. Anche i consiglieri regionali grillini votarono a favore. E pure l’Emilia Romagna, governata dal Pd, decise di formulare la stessa richiesta, senza referendum, ma facendo fronte comune con le altre due regioni.

Nel febbraio 2018, al termine di un negoziato con il governo Gentiloni, venne firmato un testo molto chiaro che definiva il perimetro dell’autonomia regionale. Dopo le elezioni politiche del 4 marzo 2018 e al termine di una trattativa estenuante chiusasi il primo giugno, Lega e Cinque Stelle hanno dato vita all’attuale governo firmando un contratto di governo che prevede l’approvazione dell’autonomia differenziata.

Eppure, dopo una trafila così complessa, siamo ancora al punto di partenza. La Lega preme per l’autonomia, i governatori del Nord sono sul piede di guerra, mentre i Cinque Stelle frenano per paura che la Lega, subito dopo aver ottenuto questo traguardo, stacchi la spina al governo e incassi il relativo dividendo elettorale, oppure che il Sud si rivolti contro i pentastellati, che lì conservano ancora un po’ di voti, anche grazie all’erogazione del reddito di cittadinanza.

L’ennesima spaccatura tra Lega e M5S si è consumata nel vertice sull’autonomia convocato a Palazzo Chigi nei giorni scorsi dal premier Giuseppe Conte per conflitti su scuola e salari. “Ci siamo bloccati sulla scuola. Un bambino non sceglie in quale regione nascere: noi dobbiamo garantire l’unità della scuola così come l’unità nazionale”, ha detto il vicepremier pentastellato Luigi Di Maio su Facebook. La spaccatura ha fortemente infastidito l’altro vicepremier, Matteo Salvini, che al termine del vertice ha commentato in un video: “Chi rallenta sull’autonomia non fa un dispetto a Salvini o alla Lega. Certe cose io me le aspetto dalle opposizioni, dal Pd”. E ancora: “Chi difende il vecchio non fa un favore a nessuno. Né a Milano né a Napoli. Oggi l’Italia è unita? No. Perché la gestione centralizzata favorisce gli sprechi e i furbetti. Autonomia significa incentivare. E io voglio un governo che corre, che lavora, che cresce. Non che torna indietro”.

Ancora più esplicito il ministro all’autonomia, Erika Stefani: “Se in materia di istruzione mi si nega la possibilità che una Regione con risorse proprie possa fare un’offerta formativa migliore e il motivo ostativo è che in un’altra Regione non si può fare così mi nega il principio base dell’autonomia”.

Il contrasto verte sul concetto di “unità nazionale”. Oltre al nodo della scuola, c’è quello delle gabbie salariali. “La Lega vuole tornare indietro di 50 anni”, ha dichiarato il ministro per il Sud, Barbara Lezzi. Una misura che secondo i pentastellati si tradurrebbe “nell’alzare gli stipendi al nord e abbassarli al centro-sud, una cosa che per il M5S è totalmente inaccettabile”. “Una simile proposta spaccherebbe il Paese e la consideriamo discriminatoria e classista”, perché inoltre “impedirebbe ai giovani di emanciparsi, alle famiglie di mandarli a studiare in altre università. Diventerà difficile e costoso anche prendere un solo treno da Roma a Milano”, ha aggiunto l’esponente pentastellata.

Ma i governatori del Nord hanno perso la pazienza. Peraltro il premier Giuseppe Conte ha fatto sapere che ben 8 Regioni avrebbero già chiesto l’autonomia differenziata e altre potrebbero chiederla. Se si aggiunge a questo il fatto che esistono già 5 Regioni a statuto speciale, ce n’è abbastanza per profetizzare tensioni sociali e fibrillazioni territoriali. Il governatore del Veneto, Luca Zaia è durissimo: “Qui c'è qualcuno che guarda ancora al Medioevo. Bisogna ripartire nel rispetto dei cittadini, e io non posso tollerare che si prendano in giro i cittadini che si parli ancora di ‘secessione dei ricchi’ di ‘un paese di serie A e di un paese di serie B’, o di altre manfrine del genere”.

Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha dichiarato riferendosi ai 5 Stelle: “Oggi  una parte del Governo manifesta un atteggiamento irresponsabile che segue i già troppi no su sicurezza, infrastrutture, innovazione e sviluppo economico. Non possiamo condannare il nostro Paese all'immobilismo e all’arretratezza. La Lombardia da sempre è la locomotiva del Paese, nel quadro della solidarietà nazionale. Oggi si pretende di rallentarla piuttosto che accelerare il cammino di chi è indietro”.

Il luogo comune è che l’autonomia possa rappresentare un tentativo delle aree più prospere del Paese di penalizzare quelle meno prospere. “Qui si tratta solo di affermare un principio di responsabilizzazione nella gestione della cosa pubblica e delle risorse finanziarie”, chiarisce l’ex governatore leghista Roberto Maroni, tornato in prima linea negli ultimi giorni per difendere quello che è stato uno dei suoi principali cavalli di battaglia quando era al Pirellone.

Peraltro - sono dati di ieri - l'applicazione del regionalismo differenziato comporterebbe un incremento dei bilanci di 9.9 miliardi di euro, tra spesa diretta e fondi agli enti locali, per le tre Regioni interessate: 6.4 miliardi per la Lombardia, 3.3 per il Veneto e 136 milioni per l'Emilia-Romagna. È quanto emerge dal settimo rapporto dell'Osservatorio economico delle tre Cna regionali. Nel 2017 le spese finali del complesso delle tre Regioni ammontavano a 46.1 miliardi. A seguito dell'attuazione dell'autonomia, la crescita sarebbe del 22%. In Emilia-Romagna non si avrebbe un significativo aumento poiché gran parte delle richieste sono collegate alla regionalizzazione dei trasferimenti statali. Gli effetti sarebbero invece apprezzabili in Lombardia (+27%) e Veneto (+29%).

Matteo Salvini insisterà su questo tema, ma probabilmente non romperà, per paura che in un’eventuale campagna elettorale il Sud gli si rivolti contro e rianimi un alleato pentastellato sempre più in crisi di identità. I grillini potrebbero usare quest’arma per accusare il Carroccio di essere contro il Sud. E in termini di propaganda elettorale potrebbe anche funzionare.