• LETTERA

Almeno ammettere che c'è una guerra di religione

Caro direttore, non ci si vuole arrendere al fatto che ci si trova di fronte ad una guerra anche di religione palesemente dichiarata. E di fronte ad una guerra, non bastano né le buone intenzioni né la parole di circostanza, anche se sincere. Occorre individuare il nemico (il quale esiste ed è violento), dargli coraggiosamente un nome e poi agire di conseguenza.

Propaganda jihadista

Caro direttore,

mentre qui da noi ed in tutta l’Europa siamo alle prese con problemi per molti versi gravi (ad esempio, Brexit e banche) e per altri versi ridicoli (ad esempio, il doppio incarico di Renzi), una parte importante del mondo islamico (che i cosiddetti islamici moderati non riescono o non vogliono frenare) sta continuando, con sempre maggiore determinazione, nelle lotta feroce agli “infedeli”, con tutti i mezzi a disposizione.

Il tutto avviene in un clima globale in cui i cristiani sono oggetto di quotidiane stragi e distruzioni. In Siria ed Iraq, ormai i cristiani  si sono più che dimezzati. In India e Pakistan la libertà religiosa è sempre sotto il tiro violento soprattutto di appartenenti alla comunità islamica. In Nigeria, nel giro di un anno sono state distrutte quasi duecento chiese. Ed anche in Iran, che molti ora considerano Stato amico, molti cristiani sono stati arrestati a causa della loro fede professata pubblicamente. E’ inutile che ripetiamo ciò che avviene in Arabia Saudita ed in quasi tutti i Paesi a regime islamista. Insomma, tra tutte le libertà, quella religiosa è la più in pericolo, anche se in occidente tutti sembrano occuparsi di altre cose, alcune importanti, ma alcune banali, senza rendersi conto che la libertà religiosa è la madre di tutte le libertà: limitata quella, tutte le altre saranno prima o poi limitate o, addirittura, soppresse.

A mano a mano che conosciamo i dettagli della strage avvenuta in Bangladesh, aumenta l’orrore per quanto avvenuto nel ristorante: le vittime sono state torturate, perché non sapevano a memoria il Corano e sono state fatte morire lentamente, perché non appartenevano al popolo islamico. A fronte di questi orrori, le nostre autorità, per la prima volta, hanno parlato, per poche ore, di terrorismo di matrice islamica. Poi l’espressione è stata subito abbandonata e, pur nell’inevitabile sentimento di grave dolore, sono state ripetute le solite frasi, tipo “non arretreremo” (da che cosa?), “non rinunceremo al nostro stile di vita” (quale?), “non rinunceremo ai nostri diritti” (ancora, quali?), e così via.

La verità è che i leaders (si fa per dire) occidentali, avendo rinunciato più o meno coscientemente ad ogni ideale nascente dalla nostra bimillenaria civiltà, non hanno più a cuore la difesa dei diritti dei loro concittadini e tanto meno la difesa della libertà religiosa. Pensano di non avere più nulla da difendere veramente, se non gli interessi economici. La lotta per le vere libertà, allora è considerata superflua. Ai nostri governanti non interessa se un italiano che vada in Arabia Saudita non è libero di professare la propria fede (mentre se un arabo finanzia una squadra di calcio europea può permettersi di far cancellare la croce dallo stemma di quella squadra). Dovrebbe essere un problema da risolversi tra governi (come sosteneva il card. Biffi, compianto) e non tra chiese. La tutela delle libertà è un problema di diritto, non di buone intenzioni.

Caro direttore, non ci si vuole arrendere al fatto che ci si trova di fronte ad una guerra anche di religione palesemente dichiarata. E di fronte ad una guerra, non bastano né le buone intenzioni né la parole di circostanza, anche se sincere. Occorre individuare il nemico (il quale esiste ed è violento), dargli coraggiosamente un nome e poi agire di conseguenza. Non necessariamente la guerra. Le vie e gli strumenti sono tanti: l’importante è cominciare ad usarli.