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Allarme colorismo: Will Smith non è abbastanza nero

Will Smith viene scelto per interpretare in un film il padre delle due tenniste Serena e Venus Williams, ma un giornalista americano fa scoppiare la polemica reputando l’attore non abbastanza nero e viene seguito a ruota da altri portabandiera del politicamente corretto. Chiamasi colorismo, il nuovo allarme costruito ad arte sulla falsariga di quello sull’omofobia e di altri simili.

Il nero, si sa, non passa mai di moda, sfina e va su tutto, non solo quando si parla di outfit. D’altra parte, già in tempi non sospetti Nino Ferrer cantava «vorrei la pelle nera» e amaramente, nel musicare i versi, si scopriva rassegnato: «Io faccio tutto per poter cantar come voi/ ma non c'è niente da fare, non ci riuscirò mai/ e penso che sia soltanto per il mio color che non va». Chissà se avrebbe mai immaginato questi versi in bocca a un attore di Hollywood, ritenuto inadatto al ruolo di protagonista in un film perché «non ha la pelle sufficientemente nera».

Eh, già, perché a quanto pare c’è nero e nero e Will Smith non è abbastanza nero. Questa è la notizia rimbalzata dagli Stati Uniti d’America, terra che ha dato i natali alla nuova religione del Politicamente Corretto che - come ogni moda - sta dilagando anche nel nostro Paese in una sorta di contagio/delirio collettivo. Dunque William Carroll Smith, al secolo Will Smith, attore e produttore americano, diventato famoso in Italia negli anni Novanta per essere stato  protagonista della serie televisiva Willy, il principe di Bel-Air, vincitore di quattro Grammy Award oltre che del premio Oscar come miglior attore per la sua interpretazione del pugile Muhammad Ali in Alì (2001) e - ironia della sorte? - protagonista della saga Men in Black (1997, 2002 e 2012) non avrebbe la carnagione abbastanza scura per ricoprire il ruolo di Richard Williams, il padre di Serena e Venus, nel biopic King Richard scritto da Zach Baylin. Il quale racconta la vita di un padre che, nonostante fosse privo di una formazione specifica in ambito tennistico, alleva e allena due delle più grandi campionesse di sempre.

A scatenare la polemica è stato Clarence Hill junior, reporter della testata Fort Worth Star Telegram. «Il colorismo conta», ha scritto su Twitter: «Amo Smith ma ci sono altri attori neri per questo ruolo». Avete letto bene, il colorismo: siamo all’allarme colorismo a Hollywood. In effetti, dopo l’omofobia, la transfobia, la bifobia, l’ambientalismo, il multiculturalismo, l’animalismo, il femminismo, il bullismo, poteva forse mancare il colorismo? Indispensabile a questo punto capire di che si tratta per non rischiare di caderci dentro con tutte le scarpe: la BBC definisce il colorismo «una forma di discriminazione nei confronti delle persone con la pelle nera da parte di persone della stessa razza ma con la pelle più chiara». Ma veramente veramente? Pare di sì.

Solo qualche mese fa anche la Walt Disney è dovuta tornare sui suoi passi e revisionare tutte le scene di Ralph Spacca Internet: Ralph Spaccatutto 2 in cui compariva la principessa Tiana, introdotta dal precedente lungometraggio animato La principessa e il ranocchio. Dopo la diffusione del trailer, infatti, dai social era arrivata una pioggia di critiche perché le fattezze di Tiana erano diverse da quelle della favola: i ricci erano meno scolpiti, il naso non era più a base larga e piatta ma piccolo e a punta, e soprattutto il tono della pelle sembrava notevolmente più chiaro. Un palese, gravissimo caso di whitewashing, declinazione bieca del colorismo.

Ma se basta qualche grafico per scurire la carnagione di Tiana, non si può certo far lo stesso con Will Smith, che non ha potuto sottrarsi alle critiche. Il giornalista e attivista per i cosiddetti diritti civili George M. Johnson ha fatto eco a Hill: «Proprio come Chadwick non avrebbe dovuto interpretare Thurgood Marshall, Will non dovrebbe interpretare Richard. Il colore della pelle è importante per il modo in cui i popoli sono stati trattati». Segue valanga di commenti politicamente corretti - e corredati di fotografie che ricordano le 50 sfumature di nero -  al grido di #colorismmatters, ovvero il colorismo conta. Molti utenti su Twitter propongono come sostituto di Will Smith il britannico Idris Elba, figlio di madre ghanese e padre originario della Sierra Leone, e a quanto pare nero quanto basta per vestire i panni di Richard Williams. Però a questo punto bisognerebbe forse revocare a Elba l’Oscar come miglior attore nel biopic del 2013 su Nelson Mandela perché evidentemente il presidente sudafricano era molto meno nero di lui… ma nel 2013 non c’era ancora l’allarme colorismo? Eppure Alice Walker, considerata la teorizzatrice, lo aveva già codificato nel 1983 definendolo come «il pregiudizio o il trattamento preferenziale di persone unicamente in base al loro colore». Non vorremmo fare i puntigliosi ma forse sarebbe più corretto dire “sfumatura”.

In ogni caso, come ogni allarme che si rispetti, e come da copione, ogni discriminazione va combattuta in classe, e dunque negli Stati Uniti c’è già chi lavora per combattere il colorismo - ça va sans dire - nelle scuole, con corsi appositi che rientrano nella lotta alla discriminazione e al bullismo. Vi ricorda qualcosa?

Conviene organizzarsi, che il nero sia abbastanza nero, e il bianco, se possibile, un po’ meno bianco, soprattutto se maschio e cattolico. Quando si mette male, ricordarsi che comunque l’importante è come ci si sente. D’altra parte, l’attrice Rachel Dolezal - che ha più volte dichiarato di sentirsi nera nonostante il colore della sua pelle - nella sua autobiografia ha scritto: «Se si può scegliere il sesso, perché non l’etnia e il colore?». Appunto, avvisate Will Smith. Il colorismo conta.