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Zhang Yimou, colpevole di avere 3 figli

In Cina, in teoria, hanno abolito la politica del figlio unico. Peccato però che Zhang Yimu, notissimo regista, sia stato condannato a pagare una multa da 1 milione di euro per averne messi al mondo tre. Tutti i limiti di una riforma.

Zhang Yimou

Contrordine compagni: il permesso di avere più di un figlio nelle aree urbane – e solo nelle aree urbane - non va inteso come un permesso di avere tutti i figli che Dio manda, ma solo due figli. E vale solo per il periodo successivo al primo trimestre del 2014. Un uomo che dichiara di avere già tre figli è, in ogni caso, colpevole. Anche se è un regista famoso in tutto il mondo e ha lavorato per la gloria del Partito.

Questo non succede in un brutto libro di fantapolitica, ma nella realtà, in Cina. La vittima del Partito Comunista Cinese si chiama Zhang Yimou, regista noto per aver diretto la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino (2008) e per aver diretto film di grande successo come “La foresta dei pugnali volanti” e “Hero”. La colpa di Zhang è solo ed esclusivamente quella di aver dichiarato tre figli, al posto dei due consentiti. La multa è stata comminata dall’ufficio di pianificazione familiare del distretto di Binhu, che include la città di Wuxi, dove abita la famiglia del regista. Ora gli tocca pagare, entro un mese, 7,5 milioni di yuan, pari a circa 910mila euro. Due miliardi di vecchie lire, giusto per rendere meglio l’idea. La multa, infatti, è proporzionale al reddito del multato e la famiglia del malcapitato regista, secondo il fisco del regime comunista cinese ha un reddito di mezzo milione di euro all’anno. Come tutti i cittadini della Repubblica Popolare accusati di aver figliato troppo, deve dunque pagare una somma pari a due volte il reddito annuo. Come si può immaginare un contadino o un operaio morirebbero di fame. Zhang, probabilmente, non morirà di fame, ma una pena simile stronca chiunque. Se non altro per la frustrazione di vedersi spolpare da una multa solo per aver fatto la cosa più naturale che possa fare un essere umano: mettere al mondo figli.

La multa a Zhang Yimou è dunque la dimostrazione più lampante, sotto i riflettori di tutto il mondo, che le grandi riforme annunciate dal Partito cinese vanno prese con beneficio di inventario. Approvata il 12 novembre scorso, dal Terzo Plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, la liberalizzazione della pianificazione familiare è già molto limitata nello scopo. Prima di tutto riguarda solo le coppie sposate nelle aree metropolitane, dove tendenzialmente la crescita demografica è più bassa. Nelle campagne, dove solitamente nascevano più figli (e dove è più alto il numero delle ribellioni contro la politica del figlio unico), il divieto resta tale e quale come prima. L’unica eccezione resta quella di poter avere un secondo figlio quando la prima nata è femmina, che nelle arretrate campagne della Cina continentale, a quanto pare, serve ancora poco. Anche nelle stesse città, poi, i limiti alla liberalizzazione sono ancora molto stretti: può dare alla luce al massimo due figli solo quella coppia in cui uno dei due coniugi non ha fratelli o sorelle. La riforma entrerà concretamente in vigore solo fra due mesi, salvo rinvii, secondo le lente tabelle di marcia fissate dal Partito. Zhang Yimou non risponde a queste caratteristiche. E nel momento in cui ha avuto i suoi figli era ancora in vigore (così come lo è tuttora) la politica del figlio unico.

Sin dalla sua entrata in vigore, nel 1979, la politica del figlio unico, secondo le statistiche governative, ha prevenuto 400 milioni di nascite. Il numero di aborti forzati, imposti alle madri disobbedienti, è quasi uguale: 300 milioni dal 1979 ad oggi. L’ultimo caso che aveva fatto scandalo anche in Occidente, è avvenuto lo scorso marzo. Non potendo permettersi di pagare una multa pari a 3000 euro, la madre del nascituro è stata costretta ad abortire. Il feto è stato ucciso al settimo mese, con un’iniezione letale. Tecnicamente si tratta di un vero infanticidio. In altri casi, raccontati da emigrati e dissidenti, le tecniche di infanticidio sono anche più crude: neonati pugnalati o abbandonati al freddo. Le punizioni per le coppie che non possono permettersi di pagare le multe sono severissime. Un ampio margine di discrezione è lasciato ai locali uffici per la pianificazione familiare, i più sadici si accaniscono sulle famiglie sequestrando loro la casa e le proprietà, gettando dietro le sbarre i genitori renitenti all’obbligo denatalista.

Mentre le autorità cinesi vantano una crescita di benessere nelle famiglie con un figlio unico (mentre quelle dei loro genitori avevano, in media, quattro figli o più), è ancora difficile calcolare l’impatto reale sulla società di quattro decenni di questo vero e proprio auto-genocidio. Le generazioni dei giovani cinesi non conoscono neppure la parola “fratello” o “sorella”. In questi anni i genitori diventano anziani e si ritrovano soli a dover badare a loro. Con il progressivo invecchiamento della società, il costo di questa classe di pensionati (nati da famiglie con quattro figli di media) si abbatterà inevitabilmente su una generazione di lavoratori molto più ridotta. È soprattutto per far fronte a questa situazione a “piramide rovesciata” che i cinesi stanno iniziando a liberalizzare. Da un punto di vista sociale e psicologico è ancor più difficile calcolare l’impatto negativo, perché non si sa neppure quanti siano i “bambini fantasma”, nati fuorilegge e mai registrati dalle autorità. In molti casi fanno una brutta fine, vittime del traffico di organi o della prostituzione, sfruttati da schiavisti o costretti a inserirsi nell’immenso esercito dei migranti interni. Privilegiando l’uccisione di bambine femmine (il vero femminicidio propriamente inteso), in Cina si calcola manchino all’appello 37 milioni di donne. Attualmente ci sono 30 milioni di maschi in più, che devono ricorrere all’“importazione” di compagne dall’ancor più sfortunata Corea del Nord, ma anche dalla Russia e dagli altri continenti.

E pensare che la politica del figlio unico è nata, sostanzialmente, dalla mancata ammissione di una colpa: quella di non essere riusciti a produrre il benessere promesso dalla rivoluzione comunista. All’alba del 1979, trent’anni dopo la presa del potere di Mao Zedong, il suo successore Deng Xiao-ping constatava che i cinesi morivano ancora di fame (nel senso letterale del termine). Per risolvere la situazione, mise mano, da allora, a lente riforme di mercato che tuttora sono incompiute, ma allo stesso tempo impose una drastica “cura dimagrante” demografica. Nella logica socialista, tutte le bocche devono essere sfamate dallo Stato, dunque meno ce n’è meno se ne devono sfamare. Non essendoci proprietà, né iniziativa individuali, i figli non sono visti come produttori, ma solo come consumatori. Ed essenzialmente come numeri, quote di umani da produrre, secondo piani fissati dall’alto. Lo possiamo capire, la nostra mentalità contemporanea non è così lontana. Basti pensare che una delle principali fondazioni americane pro-aborto, molto attiva anche in Europa, si chiama “Planned Parenthood”, pianificazione familiare. Esattamente come gli uffici stermina-famiglie cinesi.