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Voto-mercato, in Sicilia chi offre di più per i centristi

Alternativa Popolare

Più che mai in queste settimane la politica siciliana appare lo specchio della politica nazionale. Gli attuali vertici di Palazzo d’Orleans, già in campagna elettorale da tempo, pur di procacciarsi il gradimento degli elettori, varano leggi capaci di far saltare i nervi a chi fa fatica ad arrivare alla fine del mese ma anche di alimentare il mercato delle clientele e le aspirazioni dei cosiddetti capicorrente e portatori di consensi. E’ di queste ore la notizia che l’assemblea regionale siciliana ha ripristinato l’elezione diretta delle tanto vituperate Province (dunque nuovi posti di potere, nuove indennità, nuovi rimborsi, ecc.), proprio mentre tre comuni dell’isola su 4 paventano il rischio default e lamentano i ritardi dei trasferimenti regionali. Nel frattempo, le forze politiche, anziché affrontare questi nodi finanziari e istituzionali e impedire provvedimenti così offensivi nei riguardi di milioni di cittadini siciliani, si scannano su candidature e alleanze.

Esattamente come accade su base nazionale, dove si salvano le banche con i soldi pubblici (vedi vicenda Monte dei paschi di Siena), si rafforza il business dei soliti noti (banche, compagnie assicurative, operatori elettrici ed energetici come Enel) con la nuova legge sulla concorrenza, ed è in atto una guerra fratricida tra le diverse anime della sinistra per quanto riguarda le possibili intese con i centristi di Alfano. Quest’ultimo alza giustamente il prezzo, visto che i sondaggi relativi alle elezioni regionali siciliane del prossimo 5 novembre lo accreditano di un 8-10%, percentuale in grado di far pendere la bilancia in favore del centrosinistra o del centrodestra e di allontanare la prospettiva, al momento assai concreta, di una vittoria grillina.

Ma queste trattative dei centristi con tutti i possibili alleati (pentastellati esclusi) mostrano la fragilità dell’attuale quadro politico. Alternativa popolare fino a quattro mesi fa si chiamava Nuovo Centrodestra. Il Ministro degli esteri ha pensato bene di cambiargli nome per poter avere più margini di manovra tra gli schieramenti. Fosse rimasto il vecchio marchio, non sarebbe stato realistico un accordo con la sinistra. Ora la strategia del vendersi al miglior offerente può apparire più disinvolta, anche se fino a un certo punto. Nessuno ha dimenticato le recentissime offese di Matteo Renzi ad Alfano (“E’ stato ministro di tutto ma è rimasto fermo al 5% dei voti”), né le caustiche reazioni di quest’ultimo (“La stagione della nostra collaborazione con la sinistra è terminata”). Però le elezioni siciliane hanno riflessi nazionali e allora ecco che in un battibaleno si cancellano i rancori e torna il dialogo. Ambasciatori renziani (Guerini, Delrio) corteggiano Angelino offrendogli garanzie sulla legge elettorale (sbarramento al 3%) e un’alleanza su base nazionale. Facendo, però, i conti senza l’oste, e cioè senza Orlando e pezzi del Pd, che non vogliono neppure sentir parlare di alleanze con i centristi. Senza contare che Pisapia e Mdp premono dichiaratamente per un nuovo centrosinistra che sia più sinistra che centro e che rispedisca gli alfaniani nel centrodestra.

Neppure nel centrodestra Alfano è particolarmente amato. Solo Gianfranco Miccichè, leader dei berlusconiani siciliani, lo vorrebbe dalla sua parte. Gli altri potenziali alleati sono freddi in proposito, perché temono l’effetto negativo che un ritorno di Angelino all’ovile del centrodestra potrebbe avere su base nazionale. Dopo anni di collaborazione con governi di centrosinistra gli esponenti del partito del Ministro degli esteri sono visti come fumo negli occhi da molti elettori di centrodestra. Lo hanno capito Giorgia Meloni e Matteo Salvini e forse l’ha capito anche Silvio Berlusconi, che sta solo cercando di svuotare il partito di Alfano senza essere costretto a riprendersi con sé il Ministro degli esteri. Il tentativo peraltro sembra destinato al successo. Si infittiscono infatti le voci di una scissione dentro Alternativa popolare tra chi, come gli esponenti lombardi (Lupi, Formigoni), liguri e laziali, preme per una riaggregazione col centrodestra e chi (veramente pochi) sarebbe pronto a rinnovare la convivenza con i renziani, sia in Sicilia che su base nazionale.

Per Angelino il voto siciliano è decisivo. Se il centrosinistra, anche con i suoi voti, dovesse perdere quella partita, in Alternativa popolare ci sarebbe il definitivo “rompete le righe” e le condizioni poste da Alfano a Renzi diventerebbero aria fritta. Stesso ragionamento se i centristi decidessero di tornare nel centrodestra e il centrodestra comunque perdesse nell’isola. Se, dunque, le urne siciliane dovessero decretare la loro irrilevanza, ben difficilmente ci sarebbe spazio per i centristi di Alternativa popolare nelle strategie dei due principali schieramenti per la prossima legislatura.