• CASO LAMBERT

Vincent, protocollo di morte in una camera blindata

Con il riavvio dell’iter che dovrebbe portare alla morte di Vincent per fame e per sete, l'ospedale di Reims ha innalzato il livello di guardia, con lo schieramento di gendarmi a controllare gli ingressi e i corridoi. Si ripete il copione visto in Inghilterra con Alfie. Intanto il tetraplegico Marc-Henri d’Ales denuncia la società “ipocrita” che attenta alla vita di un disabile. AGGIORNAMENTO: Stasera, alle 18.45, S.Messa a Saint-Sulpice per Vincent, con invito a unirsi in preghiera.

AGGIORNAMENTO (h. 18): I sostenitori della vita di Vincent Lambert fanno un appello alla preghiera. Questa sera, alle 18.45, si riuniranno a Saint-Sulpice, la seconda più importante chiesa parigina dopo Notre-Dame, per offrire una Santa Messa e una veglia di preghiera a sostegno di Vincent e della sua famiglia. Esortiamo tutti quanti a unirsi in preghiera ai nostri fratelli francesi.



C’è una sola coerenza in quello che è divenuto l’affaire Lambert: si tratta del piantonamento dell’ospedale da parte di forze dell’ordine, come riferito da RTL fr. In effetti, ogni esecuzione capitale prevede la presenza di gendarmi e la nuova versione della pena di morte dei discendenti “spirituali” di Robespierre & C. non fa eccezione. Da almeno ieri mattina, un protocollo di sicurezza voluto dall’ospedale di Reims prevede il controllo degli ingressi in ospedale e una verifica random delle persone presenti nelle corsie. Come al solito, l’accesso alla camera di Vincent Lambert è possibile solo ai parenti stretti, previo rilascio della carta d’identità. Si ripete il copione già visto con il piccolo Alfie.

Ma che volete? Questo è il prezzo della versione secolarista dei diritti umani. Per il resto, solo contraddizioni continue. Ma sapevamo da tempo che la contraddizione è l’anima del materialismo dialettico.

Marc-Henri d’Ales, tetraplegico, molto attivo in Francia per i diritti dei disabili ed energico oppositore dell’eutanasia, ha manifestato tutto il suo disappunto per l’epilogo che sta assumendo la vicenda di Vincent: “In quanto persona disabile, che si consideri Vincent Lambert come un vegetale in fin di vita, mentre si tratta semplicemente di una persona gravemente handicappata, m’interroga profondamente sulla percezione che la società ha della disabilità. Questa società inclusiva dell’handicap è ipocrita!”.  Ipocrita, in effetti, è il termine più calzante: come definire uno Stato che un giorno, per farsi belli davanti al mondo, firma un protocollo di tutela dei diritti dei disabili e un altro giorno se ne infischia del protocollo e mette a morte proprio un disabile?

Ovviamente, organizzando tutto un sistema mediatico, medico e giudiziario per convincere il mondo che Vincent Lambert è una specie di zombie tenuto in vita da non si sa quali macchinari, per la tenacia di una madre bigotta. Non è forse ipocrisia quella di un governo che riconosce il diritto d’appello individuale al Comitato dell’Onu per i disabili, ma poi si rifiuta di accettare le misure conservative di questo Comitato, necessarie per poter avere il tempo di esprimersi sul ricorso? Per il governo francese i disabili sono tanto carucci, soprattutto una volta che sono belli e sepolti.

E magari finissero qui le contraddizioni di questo mondo impazzito. Ancora ieri, l’avvocato di François Lambert (cioè del nipote di Vincent) ha tenuto a ribadire che “è la volontà di Vincent che viene qui applicata. Vincent aveva detto di no a una vita artificiale. Lui, infermiere, che conosceva perfettamente la condizione in cui curava le persone di cui era responsabile e che ha detto ‘non per me’”. Che coerenza, l’avvocato! Se Vincent conosceva tutto perfettamente, perché non ha redatto delle dichiarazioni anticipate, visto che al momento dell’incidente la prima legge Leonetti era in vigore già da tre anni e mezzo? E cosa significa rifiutare una vita artificiale, visto che di artificiale, nella condizione di Vincent, c’è solo l’alimentazione? I medici e i magistrati avrebbero impedito, sulla base di questa presunta volontà, anche l’impianto di un pacemaker? O di una protesi?

Il peggio dell’affermazione sta però nel voler scaricare su Vincent la responsabilità della sua morte: operazione particolarmente nauseante, vista l’impossibilità attuale dell’interessato di esprimersi, ma anche untuosa. Ironia della sorte, o forse permissione della Divina Provvidenza per cercare di aprire gli occhi a qualche cieco, proprio il 20 maggio scorso, giorno in cui il dottor Vincent Sanchez aveva già iniziato il processo eutanasico, un uomo si era arrampicato sulla Tour Eiffel, minacciando il suicidio. Domanda: perché non si è rispettata la sua volontà manifesta di non voler vivere? Perché un agente e un vigile del fuoco si sono (giustamente) arrampicati, hanno cercato di parlare con lui e poi l’hanno afferrato di forza per metterlo in salvo? Si ammazza un uomo che non riesce più a esprimersi chiaramente, per un vago desiderio passato di non voler vivere in un letto d’ospedale, e si costringe alla vita un altro uomo, che grida al mondo di volersi ammazzare?  

E non è forse ipocrisia anche quest’altra? Proprio martedì scorso, quando il dottor Sanchez ha dato nuovamente il via alla morte per fame e sete di Vincent, il Parlamento francese approvava la “loi anti-fessée”, ossia la legge per arginare un fenomeno pericolosissimo per la società francese: gli sculaccioni. Si chiamano “violenze educative ordinarie” e si tratta concretamente di schiaffi, sculaccioni, strigliate, prese in giro, tutte proibite dalla nuova legge, che va a correggere l’articolo 371 del Codice civile francese, precisando che l’autorità parentale si deve esercitare “senza violenze fisiche o psicologiche”. Dunque, vietato dare uno scapaccione al proprio figlio, mentre invece è lecito domandare la morte per il proprio marito, come nel caso di Vincent.

Agli “intellettualoni”, ai radical chic danno fastidio le urla dei bambini che hanno preso un solenne ceffone, così come provoca un senso di disagio vedere un uomo che fa un volo dalla mitica Tour Eiffel e si schianta al suolo. Mentre invece Vincent ce lo togliamo di mezzo seguendo un protocollo, con i camici bianchi, senza sofferenza, per un accidentale blocco renale.

Non so voi, ma io preferisco un mondo fatto di tanti Marc-Henri d’Ales, al quale non funzionano le gambe, ma che ha conservato una grande lucidità di giudizio; di tante Viviane, che senza troppi giri di parole o falso bon-ton ha dichiarato assassino lo Stato che sta per uccidere suo figlio; di tanti Vincent, capaci di piangere di fronte alla minaccia di morte, riconoscendola per quella che è, alla faccia dei benpensanti che continuano ad addormentare le coscienze presentando una dolce morte, senza alcuna sofferenza, come la migliore opzione possibile.

Intanto, gli avvocati dei genitori stanno tentando un ultimo disperato appello al Consiglio per i diritti umani dell’Onu, perché fermi la mano del boia.