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Usa for Africa

Per contrastare la penetrazione di al-Qaeda e la crescente influenza della Cina, gli Stati Uniti intensificano la loro presenza in Africa ma si affidano sempre più ai contractors, eserciti privati che garantiscono ampia libertà di manovra. E anche di guadagnare privilegi economici importanti.

Gli Usa in Africa

Contrastare la penetrazione di al-Qaeda, appoggiare i Paesi alleati e far fronte alla crescente presenza politica ed economica della Cina. Con questi obiettivi Washington sta intensificando la sua presenza in Africa rafforzando quel rinnovato interesse per il Continente Nero già manifestatosi durante l’Amministrazione di George W. Bush dopo l’11 settembre 2001.
Fin dai primi mesi dell’anno successivo infatti gli Stati Uniti hanno inviato truppe e aiuti militari ai Paesi del Sahel, dalla Mauritania a Gibuti, impegnati a contrastare una crescente presenza islamista di movimenti legati ad al-Qaeda che approfittano degli ampi spazi desertici e della debolezza delle forze di sicurezza locali per insediarsi, costituire campi d’addestramento e reclutare reclute per il jihad.

Quella statunitense è una presenza militare non certo massiccia anche a causa dei gravosi impegni militari in Iraq e Afghanistan, che si manifesta con una certa consistenza solo a Gibuti con l’insediamento a Camp Lemonier di oltre 2mila militari della Task Force Corno d’Africa. Una forza bilanciata per condurre le cosiddette “discreet operations” costituite da attività d’intelligence e incursioni lampo, ma la rilevanza attribuita allo scacchiere africano, anche in virtù della crescente penetrazione politica e commerciale cinese, viene confermato dalla costituzione, nel 2007, di un comando militare specifico per le operazioni in quel continente (Africom).

L’Amministrazione Obama ha rafforzato la presenza in Africa sull’onda dell’emergenza determinata dal radicalizzarsi dei gruppi islamisti in Libia, Malì e Nigeria con l’invio di consiglieri militari, uomini della CIA e soprattutto contractors privati in appoggio ai governi amici quali Malì, Uganda, Somalia, Mauritania, Niger, Burkina Faso, Sud Sudan. Assetti militari che includono alcuni droni con il compito di localizzare le milizie jihadiste e i loro leader dei quali almeno uno è stato ucciso l’anno scorso da un missile lanciato da un velivolo teleguidato. Una lista incompleta delle piccole basi istituite in Africa per ospitare piccoli reparti militari o di contractors con velivoli e droni  include le Isole Seychelles (utilizzata ufficialmente per il contrasto alla pirateria), Arba Minch in Etiopia, Manda Bay in Kenya (impiegati per i raids contro i miliziani shabab in Somalia), l'aeroporto di Entebbe (Uganda) e quello di Ouagadougou (Burkina Faso), le basi nel deserto mauritano al confine col Mali, nel sud del Marocco, a Obo (Repubblica Centrafricana), a Nzara (Sud Sudan) e in Niger.

Una rete destinata ad allargarsi come sembra indicare il bando emesso dal Pentagono per assegnare un contratto da oltre 50 milioni di dollari a una Private Military Company (PMC)che garantisca il trasporto e il supporto alla Joint Special Operations Task Force-Trans Sahara. Il contratto prevede di fornire mille ore di volo all’anno in un’area che include 20 Paesi africani che includono non solo trasporti, ma anche operazioni ad alto rischio ed evacuazione di feriti contro avversari che includono gli shabhab somali, i jihadisti del movimento Boko Haram in Nigeria, le milizie del signore della guerra Joseph Kony in Uganda e gli uomini di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) in tutto il Sahel. La penetrazione statunitense non ha solo una valenza militare e d’intelligence ma guarda anche a una prospettiva economica che tiene conto delle immense risorse naturali (soprattutto gas, petrolio, metalli e uranio) presenti in questi Paesi e del giro d’affari che graviterà intorno alla ricostruzione postbellica in Malì e Somalia.

Non a caso la Bancroft Corporation, PMC statunitense che dal 2008 gestisce l’appalto (finanziato da Onu e Dipartimento di Stato statunitense) per l’addestramento delle truppe africane che sotto la bandiera dell’Onu sostengono il governo di Mogadiscio contro gli Shabab, ha appena inaugurato un resort a Mogadiscio destinato a ospitare in un contesto confortevole e sicuro delegazioni e uomini d’affari interessati a investire in un Paese dilaniato da 25 anni di guerra civile ma ricco di risorse.

L’impiego su vasta scala dei contractors consente agli statunitensi una libertà di manovra impensabile con le truppe regolari ed evita alla Casa il coinvolgimento diretto di organismi dello Stato in conflitti che di questi tempi godono di scarso appeal presso l’opinione pubblica.
Le PMC inoltre sono gestite sul modello imprenditoriale e sono protese al business globale non solo legato al campo della sicurezza.
I primi a investire, e a guadagnare posizioni di vantaggio, nella ex colonia italiana sono infatti statunitensi e i britannici che detengono il monopolio quasi esclusivo delle PMC e sono artefici di una penetrazione cominciata sul campo militare e ora in fase di sviluppo, in Somalia come in altri Paesi africani, sul fronte economico e commerciale.