• FRONTIERA

Usa e Messico, un confine poroso ideale per terroristi

Del confine fra Messico e Usa si parla solo in occasione dell'immigrazione clandestina. Ma c'è un problema ben più grande: l'infiltrazione di cellule terroristiche che si stanno organizzando in Messico.

Un tratto del confine Usa-Messico

La questione del confine Stati Uniti-Messico non è un'ossessione tutta del presidente Trump. Quello che è emerso nell'ambito di un'indagine condotta da Anne Speckhard e Ardian Shajkovci per l'International Center for the Study of Violent Extremism nel quadro di un progetto quadriennale e che ha coinvolto circa 169 disertori dell'Isis, in Siria, potrebbe essere l'ennesima prova della vulnerabilità del confine. È così che Abu Henricki (nome di fantasia) da circa un mese è la nuova gatta da pelare della stampa statunitense. Si tratta di un ex combattente Isis, del Trinidad e con doppia cittadinanza canadese, che ha riferito a Speckhard e Shajkovci del piano di un attentato terroristico che avrebbe dovuto sfruttare il confine Stati Uniti-Messico e dell'appoggio di simpatizzanti dello stato islamico nel nord America.   

Abu Henricki, detenuto dalle forze democratiche siriane sostenute dagli USA (SDF), ha fornito ai ricercatori un'intervista videoregistrata di 90 minuti durante i quali ha voluto raccontare di un piano di infiltrazione con l'appoggio di una risorsa nel New Jersey. La quale avrebbe facilitato al gruppo di terroristi il passaggio al confine messicano con passaporti falsi. L'obiettivo riferito dall'uomo è stato piuttosto generico - "attentato al sistema finanziario che avrebbe creato caos economico negli States". Qualcosa dev'essere andato, però, storto nella selezione degli uomini indicati per l'attentato. Henricki è stato il primo a tirarsi indietro e per questo, racconta, è stato torturato e poi è finito tra le braccia delle forze ostili al sedicente stato islamico. Ignora, però, chi altro sia stato stato cooptato in sua vece. Nell'intervista fornisce altri dettagli interessanti. Racconta di essere stato incaricato tramite l'Emni - il braccio dell'intelligence dell'Isis -, ma di non essere entrato in contatto con nessuno dei capi. Sa che si parlava inglese, che forse c'era un tunisino, ma erano terzi a fare da intermediari. Eppure le dinamiche assomigliano a tante altre tipiche di attentati in paesi esterni al califfato. 

Una testimonianza che potrebbe rappresentare l'ennesima dimostrazione della possibilità che il terrorismo islamico saprebbe come infiltrarsi attraverso il confine che separa Stati Uniti e Messico. È vero che Abu Henricki avrebbe diverse ragioni che potrebbero averlo spinto ad inventare una storia simile. Sia una strategia imposta da qualcun altro, che il semplice salvarsi la pelle il prima possibile, ed è il motivo per cui le sue dichiarazioni sono e saranno oggetto di analisi e indagini anche dei servizi d'intelligence. Eppure il campanello d'allarme suona, e la capacità degli agenti dell'Isis di viaggiare dalla Siria al confine messicano resta una possibilità concreta. Le organizzazioni terroristiche si servono abitualmente negli anni dell'Oceano Atlantico per collegare i paesi del Medio Oriente come la Siria e l'Iraq al confine meridionale degli Stati Uniti, attraverso diversi paesi dell'America Latina. Sono tanti i terroristi islamisti che hanno compiuto il viaggio, come quel somalo che nel 2017 è entrato in California e ha proseguito per condurre un attentato a bordo di un camion a Edmonton, Alberta, Canada. L'uomo identificato come Abdulahi Hasan Sharif aveva appeso una bandiera dell'Isis al suo veicolo e dopo aver investito quattro pedoni, pugnalò un ufficiale della polizia.

Una relazione del Center for Immigration Studies, pubblicata nel 2018, rivelò che dai soli dati resi pubblici, dal 2001, quindici terroristi sono stati fermati al confine evitando, così decine di attentati. Tutti affiliati a gruppi terroristici quali al-Shabaab, al-Ittihad al-Islamiya, Hezbollah, i talebani pakistani, Isis, Harkat-ul-Jihad-al-Islami Bangladesh e le tigri tamil. Almeno cinque dei quindici sono stati processati per crimini nei tribunali nordamericani: uno è attualmente sotto accusa in Canada per numerosi tentativi di omicidio, gli altri quattro sono stati processati per aver mentito all'FBI in merito al coinvolgimento in associazioni terroristiche. Uno per frode in materia di asilo, uno per aver fornito materiale di supporto a un'organizzazione terroristica e uno ancora per ingresso illegale, false dichiarazioni e falsificazione del passaporto.

E resta che il numero di terroristi intercettati non contempla a pieno la realtà, dal momento che le informazioni complete relative alla frontiera rientrano in archivi governativi protetti.

Ma il confine tra Stati Uniti e Messico è allettante da molto prima che l'Isis entrasse in scena. Era giugno 2009, quando funzionari statunitensi contro il terrorismo autenticarono un video di un reclutatore di al Qaeda, che minacciava di contrabbandare armi negli Stati Uniti attraverso un tunnel al confine con il Messico. Il video, trasmesso per la prima volta dalla rete araba Al Jazeera a febbraio e successivamente pubblicato su diversi siti web, mostrava Abdullah al-Nafisi intento a spiegare come al Qaeda stesse puntando al confine degli Stati Uniti con il Messico per valutare come inviare terroristi e armi negli USA. 

Nel 2011, i funzionari federali annunciarono che agenti dell'FBI e della DEA avevano dovuto fare passi indietro rispetto a un complotto per un "attentato terroristico significativo negli Stati Uniti", legato all'Iran ma "con radici in Messico". Mesi prima, una cellula jihadista in Messico era stata trovata ad avere un deposito di armi di 100 M-16 fucili d'assalto, 100 AR-15 fucili, 2.500 bombe a mano, esplosivi C4 e munizioni anticarro. Le armi, si è scoperto, erano state introdotte clandestinamente da musulmani dall'Iraq. Secondo il rapporto, "sono sorte evidenti preoccupazioni riguardo alla presenza di Hezbollah in Messico e ai possibili legami con le organizzazioni messicane del narcotraffico (DTO) che operano lungo il confine tra Stati Uniti e Messico".

Tali "preoccupazioni" erano prevedibili, considerato che un anno prima era stato riferito che "le autorità messicane hanno creato una rete di Hezbollah in costruzione a Tijuana, proprio oltre il confine con il Texas e più vicino alle case americane di quanto non siano i nascondigli terroristici nella Valle della Beqa- verso Israele. Il suo obiettivo, secondo un quotidiano kuwaitiano che ha riferito dell'inchiesta: colpire obiettivi in Israele e in Occidente. Nel corso degli anni, Hezbollah ha generato entrate servendosi dei cartelli messicani per contrabbandare droga e persone negli Stati Uniti".

Già nel 2006, la Jamestown Foundation Global Reasearch & Analysis  rivelò altre informazioni rispetto al radicalismo islamico al confine Messico - Stati Uniti. Là, rispetto a tanti altri paesi del mondo, la comunità musulmana all'inizio del nuovo millennio era davvero ridicola. Quindici anni dopo i numeri sono triplicati. Sono musulmani sunniti e in particolare le autorità messicane indagano "sulle attività del Murabitun [un'organizzazione missionaria musulmana che prende il nome da uno storico gruppo jihadista che ha terrorizzato la Spagna nell'undicesimo secolo] a causa di segnalazioni di presunte immigrazioni e violazioni dei visti che hanno coinvolto i membri europei del gruppo e possibili radicali, incluso al-Qaeda".

L'idea che gruppi terroristici islamici stiano operando in Messico, e stiano osservando e sfruttando il confine poroso tra Stati Uniti e Messico, non è un'ipotesi. E non è storia recente. Dall'11 settembre l'attenzione è stata catalizzata al confine, dal pericolo terrorismo e dagli infiniti rischi per la sicurezza nazionale che da là potevano nascere. Sia l'amministrazione Bush che Obama hanno intrapreso diverse azioni esecutive in materia di immigrazione. Trump ha voluto forzare la mano rispetto all'inefficacia di certe misure del passato e al terrorismo che, nel frattempo, si è rafforzato. Eppure la questione dei confini riguarda un po' tutto il mondo. In Europa i terroristi islamici sono riusciti ad infiltrarsi attraverso rotte d'immigrazione irregolari, come nei casi più famosi degli attentati di Parigi e Bruxelles nel 2015 e nel 2016.