• LA DETENZIONE DI BRUNSON

Usa contro Turchia, scontro sulla libertà religiosa

Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a un altro paese della Nato: la Turchia. E lo hanno fatto per protesta contro una grave violazione dei diritti di un cittadino statunitense, oltre che della libertà di religione: la continua detenzione, a Smirne, del pastore protestante americano Andrew Brunson.

Andrew Brunson

In un caso più unico che raro, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a un altro paese membro della Nato: la Turchia. E lo hanno fatto per protesta contro una grave violazione dei diritti di un cittadino statunitense, oltre che della libertà di religione: la continua detenzione, a Smirne, del pastore protestante americano Andrew Brunson.

Il caso di Andrew Brunson, di cui ci siamo occupati di recente su queste colonne è iniziato nel 2016, all’indomani del golpe fallito contro Erdogan. Nella sua piccola chiesa pentecostale a Smirne, Andrew Brunson non ha preso parte al tentativo di colpo di Stato militare. Ma è accusato dalle autorità turche di aver dato ospitalità a terroristi curdi e di essere in contatto con i gulenisti, cioè con i seguaci dell’islamista Fethullah Gulen, presunto organizzatore del fallito golpe, tuttora in esilio volontario negli Usa. Prove e testimonianze sono quanto di più arbitrario e impreciso si possa immaginare, ma intanto Brunson è in carcere da quasi due anni, in attesa di un’udienza che è stata rimandata al prossimo 12 ottobre. Solo di recente è stato scarcerato per motivi di salute, ma comunque confinato agli arresti domiciliari.

Falliti tutti i tentativi di mediazione diplomatica, compreso l’incontro diretto fra Trump e Erdogan ai margini del summit della Nato, l’amministrazione statunitense ha imposto le prime sanzioni. Riguardano, per ora, solo due membri del governo di Ankara: Abdulhamit Gul, ministro della Giustizia e Suleyman Soylu, ministro dell’Interno. Annunciando le misure restrittive, il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin, le ha motivate così: “la detenzione ingiusta e la continua prosecuzione da parte delle autorità turche è semplicemente inaccettabile”. Le sanzioni prevedono il congelamento di beni e interessi negli Usa dei due ministri colpiti e il divieto, esteso ad ogni cittadino statunitense, di effettuare transazioni commerciali con loro. Ma potrebbero essere solo un antipasto di sanzioni più gravi. Il Congresso si sta muovendo da anni per chiedere le sanzioni sul caso Brunson. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha spiegato che: “Il governo turco ha rifiutato di rilasciare il pastore Brunson, anche dopo numerose conversazioni con noi. Il presidente Trump è giunto alla conclusione che queste sanzioni siano un’azione appropriata”. In ogni modo, la porta della diplomazia resta aperta e il caso di Brunson verrà discusso anche oggi, venerdì, a Singapore nel previsto incontro fra Pompeo e il ministro degli Esteri turco Mevlut Çavuşoğlu.

Le sanzioni sono un segnale, insomma. A cui la Turchia ha risposto con una vibrante protesta. Lo stesso Mevlut Çavuşoğlu ha dichiarato che, se le sanzioni non dovessero essere ritirate, la Turchia potrebbe rispondere allo stesso modo. “Protestiamo fortemente per le sanzioni annunciate dal Dipartimento del Tesoro statunitense. Chiediamo all’amministrazione Usa di annullare questa decisione sbagliata”, ha detto Çavuşoğlu. Parole sprezzanti da parte dello stesso presidente Erdogan che commenta la politica estera Usa come ispirata a una “mentalità evangelista, sionista”. E i giornali vicini al suo governo chiedono la chiusura immediata delle basi militari Usa in territorio turco.

Questo braccio di ferro diplomatico sulla libertà religiosa arriva in un momento già difficile nelle relazioni fra Usa e Turchia. Gli Usa lamentano uno scarso impegno e un grande margine di ambiguità turca nella lotta all’Isis, in Siria. Dall’altra parte, i turchi protestano per la continua presenza di forze speciali americane al fianco dei guerriglieri curdi nella Siria nordorientale: i curdi dell’Ypg, sostenuti dagli Usa, sono considerati nemici da Ankara tanto quanto quelli del Pkk che agiscono all’interno dei suoi confini. Ma il maggior punto di attrito è la presenza di Fethullah Gulen nel territorio degli Stati Uniti. Nella purga di migliaia di gulenisti, licenziati, epurati, o anche incarcerati in gran numero, manca proprio solo lui, l’attuale nemico numero uno di Erdogan, considerato l’ispiratore del golpe fallito del 2016. Sia l’amministrazione Obama che l’attuale amministrazione Trump hanno sempre rifiutato di rimandarlo in Turchia.

Le sanzioni Usa, comunque, arrivano in un momento difficile anche per l’economia turca. La valuta nazionale, la lira turca, sta rapidamente perdendo valore. L’annuncio delle sanzioni le ha fatto perdere altri 1,6 punti percentuali in un solo giorno. Il ministro delle Finanze turco, Berat Albayrak, dichiara che la politica statunitense avrà un impatto limitato sull’economia del paese. Si temono ulteriori ripercussioni sui mercati, nel caso dovessero essere annunciate sanzioni più pesanti.