• LA LETTERA

Unità dei cristiani, compagnia-rimedio allo scetticismo

Noi cristiani abbiamo la responsabilità di far vedere, con la nostra “ingenua baldanza”, questa unità a tutti, affinché tutti vedano ed esperimentino lo stesso stupore. L’unità è una dimensione di cui i cristiani non possano fare a meno sia nella loro vita personale che nella loro vita sociale. 

Don Luigi Giussani
La lettura del beli libro “Vita di don Giussani”, scritto da Alberto Savorana, mi ha dato lo spunto per rileggere anche altre opere che riguardano il nostro carissimo servo di Dio. In questi giorni mi sono imbattuto in alcune pagine di una lunga intervista che don Giussani concesse a Robi Ronza relativamente alla sua irriducibile esperienza vissuta dal 1954 al 1986. Il libro è stato rieditato nel 2014 dalla BUR della Rizzoli.
 
Nell'intervista, a pag. 101 del libro, don Giussani riafferma che l’esperienza nata intorno a lui voleva semplicemente ricomunicare all’uomo di oggi i fattori essenziali dell’avvenimento cristiano ed, in particolare, “il permanere nella storia di tale avvenimento fino alla fine dei secoli, e il suo essere continuamente reperibile grazie al segno che Cristo ha stabilito (ossia l’unità dei cristiani); il coinvolgimento di tutta la vita del credente in tale unità, dalla genesi dei suoi pensieri al formarsi dei suoi sentimenti, al suo modo di porsi di fronte alla realtà e alla problematica dell’esperienza umana singola e sociale. Vorremmo contribuire a questo innanzi tutto creando nuclei, e comunità, o insediamenti…di persone che particolarmente sentano l’urgenza di questo richiamo e intendano farlo diventare il criterio informatore della loro mentalità”. 
 
Quello dell’unità dei cristiani in ogni ambiente in cui si trovano è uno dei temi che più mi hanno sempre affascinato, a partire del richiamo al capitolo XVII del Vangelo di San Giovanni, che spesso don Giussani ci richiamava e leggeva, sempre con grande commozione. Fin dall’inizio l’aspetto dell’unità venne posto da don Giussani tra gli elementi fondamentali di ogni annuncio cristiano, tanto è vero che già nel primo libretto (quello “verde”), scritto nel 1959, si diceva che tale annuncio deve essere “comunitario nella realizzazione”. Pochi anni dopo, il Concilio definì tale unità con il termine di popolo.
 
Devo confessare che la mia conversione al cristianesimo, anche se ebbe un apice che mi rese evidente la verità di Cristo ad un livello assolutamente personale, fu dovuta ad un percorso che passò attraverso la lunga frequentazione di una compagnia, che all’inizio mi dava molto fastidio, ma che a poco a poco mi fece capire la ragionevolezza dell’avvenimento cristiano e, soprattutto, che appartenendo ad essa, si poteva godere fin da subito di quel centuplo che Gesù ci ha promesso.
 
Nella sua ultima preghiera prima dell’arresto violento, Gesù  chiese al Padre il dono dell’unità dei discepoli, perché è attraverso di essa che anche il mondo avrebbe creduto: attraverso la nostra unità, prima che attraverso le nostre povere e deboli virtù personali, si può capire che nel mondo e nella storia è entrato qualcosa di assolutamente nuovo e imprevedibile.
Anche oggi, l’uomo, reso sempre più scettico e cinico dal pensiero unico dilagante (che ha posto l’uomo al posto di Dio), può accorgersi che è possibile l’esistenza di qualcosa di diverso attraverso la vita diversa che vede accadere vicino a sé.
 
Penso che noi cristiani abbiamo la responsabilità di far vedere, con la nostra “ingenua baldanza”, questa unità a tutti, affinché tutti vedano ed esperimentino lo stesso stupore. L’unità è una dimensione di cui i cristiani non possano fare a meno sia nella loro vita personale che nella loro vita sociale. Non a caso, spesso la Chiesa ci fa pregare per la sua unità.