• GRANDE GUERRA E LETTERATURA/I

Ungaretti e la «fraternità degli uomini nella sofferenza»

Cent’anni fa si combatteva la Grande Guerra, quella che sarebbe stata battezzata la Prima Guerra Mondiale. Scoppiata nel 1914, terminò quattro anni più tardi nel 1918. L’Italia partecipò al conflitto solo dal 1915. Alla fine il numero totale dei morti ammontò a diciassette milioni, secondo alcune stime.

Tanti letterati e soldati scrissero della guerra sia prima di parteciparvi che dopo averla sperimentata. Alcuni di loro hanno lasciato una memoria scritta indelebile di quegli anni. Uno di questi è Giuseppe Ungaretti.

Nato ad Alessandria d’Egitto nel 1888, orfano di padre, Ungaretti venne cresciuto ed educato dalla madre. Nel 1912 si trasferì a Parigi ove conobbe l’ambiente mondano e gli artisti più in vista. Rientrato in Italia, partì volontario per la guerra. L’esperienza al fronte italiano e poi francese lo segnò indelebilmente. Nel 1920 Ungaretti sposò Jeanne Dupoix, dalla quale ebbe tre figli. Nel 1928, dopo una settimana trascorsa in compagnia di un amico nel Monastero di Subiaco, maturò la sua conversione. Nel 1929 morì la madre. Nel 1936 il poeta partì per il Brasile come docente di Italiano all’Università di San Paolo. Nel 1939 morì il figlio Antonietto a soli nove anni. Ritornato in Italia nel 1942 e nominato accademico d’Italia, Ungaretti continuò la sua attività di poeta, di docente universitario, di conferenziere per tanti anni, conseguendo un prestigio internazionale e finanche collaborando con la televisione. Morì a Milano nel 1970, senza aver conseguito il tanto sospirato Premio Nobel.

Ungaretti affrontò la guerra come soldato semplice, non in audaci operazioni o imprese militari come D’Annunzio, ma nell’esperienza traumatica della trincea, al fronte, prima quello italiano, poi quello francese. 

La vita in trincea non era semplice. I soldati erano sottoposti ad uno stress psico-fisico non indifferente, dovevano essere sempre pronti a rintuzzare l’assalto del nemico o, a loro volta, obbedire al comandante che ordinava loro di assaltare la trincea avversaria. Non erano stati preparati a questo tipo di guerra lenta e logorante e non disponevano neppure dell’equipaggiamento adeguato. Ad esempio, i berretti che coprivano il loro capo non li proteggevano dalle pallottole. I soldati non possedevano le pinze tagliafili che avrebbero loro permesso di divincolarsi tra i reticolati nemici e divenivano, così, più facile oggetto della mira dei cecchini. Le scarpe non erano adatte alle trincee, spesso fangose e bagnate. In breve tempo si trasformavano in suole di legno. I piedi si coprivano di ferite o si congelavano. I pasti venivano cucinati nelle retrovie e portati in trincea, ormai immangiabili: il brodo diveniva gelatinoso e la carne si induriva. Di fronte alle atrocità della guerra Ungaretti sentì l’esigenza di scrivere. 

Ungaretti così ci racconta come ha iniziato a comporre versi in trincea: «Incomincio Il porto sepolto dal primo giorno della mia vita in trincea, e quel giorno era il giorno di Natale del 1915, e io ero sul Carso, sul Monte San Michele. Ho passato quella notte coricato nel fango, di faccia al nemico che stava più in alto di noi ed era cento volte meglio armato di noi. […] Ero in presenza della morte, in presenza della natura, di una natura che imparavo a conoscere in modo nuovo, in modo terribile. Dal momento che arrivo ad essere un uomo che fa la guerra, non è l’idea d’uccidere o di essere ucciso che mi tormenta: ero un uomo che non voleva altro per sé se non i rapporti con l’assoluto, l’assoluto che era rappresentato dalla morte […]. Nella mia poesia non c’è traccia di odio per il nemico, né per nessuno: c’è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza, dell’estrema precarietà della loro condizione. C’è volontà d’espressione, necessità d’espressione, c’è esaltazione, quell’esaltazione quasi quotidiana dello slancio vitale, dell’appetito di vivere, che è moltiplicato dalla prossimità e dalla quotidiana frequentazione della morte […]. A dire il vero, quei foglietti (cartoline, margini di vecchi giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute…), sui quali da due anni andavo facendo giorno per giorno il mio esame di coscienza, ficcandoli poi alla rinfusa nel tascapane, […] non erano destinati a nessun pubblico».

I versi di Ungaretti appartenenti all’Allegria sono un’importante testimonianza storica sulla Grande Guerra, oltre che un chiaro giudizio sull’esperienza della vita militare e della trincea durante il primo conflitto mondiale.

L’allegria è la prima delle raccolte di Ungaretti, confluita poi nel libro che comprende tutte le sillogi, intitolato Vita di un uomo. Pubblicata dapprima col titolo di Il porto sepolto in ottanta copie nel 1916 presso lo stabilimento di Ettore Serra a Udine, viene poi rieditata con il titolo L’allegria di naufragi nel 1919 e L’allegria nel 1931. 

Nella prima raccolta la scrittura di Ungaretti è orientata nella direzione della scarnificazione del verso, dell’abolizione della punteggiatura, dell’espressione lapidaria, dell’uso del blanchissement (lo spazio bianco) per scolpire la poesia. Reso sempre più essenziale, il verso è ridotto talvolta ad una sola parola e diventa rivelatore del tentativo del poeta di andare al cuore delle cose e della vita, senza orpelli retorici e paludamenti che possano nascondere l’evidenza della realtà. Il titolo delle poesie è accompagnato dal riferimento al luogo e alla data di composizione (come in un diario).

Dalla prossima puntata sentiremo l’esperienza della guerra raccontata nei versi di Ungaretti.