a cura di Benedetta Frigerio
  • Iraq

Una riflessione del cardinale Louis Raphael Sako sulla situazione dei cristiani in Iraq

 

Il cardinale Louis Raphael Sako, presidente della Conferenza episcopale irachena, ha affidato al sito del patriarcato caldeo un messaggio in cui ricorda gli eventi che hanno indotto tanti cristiani a lasciare l’Iraq e descrive le condizioni necessarie per fermarne l’esodo e incoraggiare chi è partito a tornare. Il messaggio è stato fatto pervenire  per conoscenza all’agenzia AsiaNew che ne ha pubblicato il testo integrale il 24 agosto. Nel messaggio sua Eccellenza, dopo aver ancora una volta ribadito che i cristiani in Iraq sono un popolo originario, presente fin dal I secolo d.C., ripercorre la storia degli ultimi 13 anni, l’insicurezza crescente, il settarismo e il tribalismo, infine l’Isis e la fuga dei cristiani dai territori controllati dal Califfato per non convertirsi o dover pagare la dimma senza tuttavia la sicurezza di essere risparmiati. “I cristiani erano circa il 4 o 5% della popolazione irachena – dice il cardinale Sako - erano circa un milione e mezzo prima della caduta del regime [di Saddam Hussein], ed erano un’élite nazionale, culturale, sociale ed economica”. Spaventati e demoralizzati, un milione di cristiani su un totale di un milione e mezzo, sono partiti. Adesso, per restare e convincere chi se ne è andato a tornare occorrono rassicurazioni e tangibili segni di rispetto: “loro – spiega sua Eccellenza – vogliono che il governo li guardi con gli stessi occhi con cui guarda gli altri gruppi, facendoli sentire cittadini di pari dignità, sia nei diritti che nei doveri”. Vogliono, aggiunge, atti concreti come la punizione dei criminali, il risarcimento dei danni a favore delle vittime, la restituzione delle proprietà immobiliari ai proprietari originali, la rimozione delle mine dai loro campi, la ricostruzione delle loro abitazioni, e il miglioramento nei servizi essenziali, affinché possano tornare nelle loro case. “Infine – conclude il cardinale Sako – bisogna condannare qualsiasi insulto o aggressione contro qualsiasi cittadino, soprattutto se causato dalla sua appartenenza religiosa, dottrinale, etnica, o di sesso”. A questo si può arrivare solo lavorando sul discernimento, l’insegnamento, l’educazione alla cultura dell’accettazione dell’altro, e il rispetto reciproco tra le persone appartenenti a diverse religioni.