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Una Finanziaria per illudere giovani e famiglie

Pier Carlo Padoan

La promessa è sempre la stessa: fare una manovra rivoluzionaria che punti sulla crescita e sul lavoro per i giovani. Il risultato anche: un cambiamento che non arriva e scelte che non fanno altro che rafforzare problemi (come tasse, spesa pubblica e debito) e posizioni di rendita. Come dovevasi dimostrare questo teorema si è ripetuto anche nell'ultima manovra finanziaria da 22 miliardi di euro presentata nei giorni scorsi dal ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan e già approvata da Camera e Senato.

Nel capitolo uscite 15,7 miliardi saranno destinati a sterilizzare l'aumento dell'Iva al 25% nel 2018 mentre i restanti 5 miliardi andranno in gran parte al rinnovo dei contratti nel pubblico impiego (1,6 miliardi) e a “spese incomprimibili” (due miliardi per missioni militari e trasferimenti a società partecipate), mentre solo le briciole saranno destinate alla crescita e al contrasto alla povertà. Per il piano di detrazioni per l'assunzione di giovani under 32, ad esempio, saranno stanziati solo 330 milioni, una cifra talmente bassa da rendere pressoché nulli i vantaggi per chi dovrebbe assumere. Calcolando che secondo i dati di Confartiginato i giovani disoccupati in Italia sono ben 1,94 milioni significa che ad ognuno di loro saranno destinati, mediamente, appena 170 euro. Al piano per l'industria 4.0 dedicato all'industria digitale (i cui risultati sono ancora tutti da dimostrare) andranno invece 1,3 miliardi.

Se l'idea di trovare in altro modo i 15,7 miliardi di euro per sterilizzare l'aumento dell'Iva può sembrare buona, molto critico è il capitolo dedicato alle coperture. Gran parte dei fondi (10,3 miliardi), infatti, arriverà dall'aumento del deficit, destinato ad accrescere quel debito pubblico che già oggi è un macigno sulla testa delle prossime generazioni. Come riporta Truenumbers nel 2015 la spesa italiana per interessi sul debito è stata pari a 68,4 miliardi di euro, contro i 49 destinati all'intero sistema scolastico. E se è vero che l'introduzione dell'euro e la politica accomodante di Mario Draghi - rendendo più solido il nostro sistema debitorio - ha permesso di ridurre la spesa per interessi in rapporto al Pil è altrettanto vero che questa situazione “di favore” potrebbe presto finire. Basti pensare che il 31 ottobre 2019 scadrà ufficialmente il mandato di Draghi alla Bce: al suo posto pare che la cancelliera Angela Merkel voglia proporre il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, considerato da tutti un “falco”.

Come non bastasse anche le altre coperture appaiono a dir poco come “farlocche” o addirittura controproducenti. Cinque miliardi dovrebbero arrivare dallo split payment dell'Iva, sistema che – domandando il versamento della tassa in anticipo ed eliminando di fatto il ravvedimento operoso – potrebbe spingere moltissime aziende sull'orlo del fallimento. Pur di avere i soldi prima lo Stato rischia di far fallire delle realtà economiche che gli garantivano un gettito costante. Altri 3,5 miliardi arriverebbero da tagli lineari e spending review e un miliardo da privatizzazioni: dichiarazioni dubbie dal momento che, finora, di provvedimenti simili non se n'è mai vista neanche l'ombra. Così come sono assolutamente virtuali i 3 miliardi derivanti da “maggior crescita del Pil”.

A conti fatti la nuova finanziaria rischia di essere l'ennesima illusione in un paese in cui l'unica certezza rimane l'aumento delle tasse e della spesa pubblica. Basti pensare che secondo uno studio di Unimpresa il totale della spesa pubblica italiana passerà dagli 829 miliardi di euro del 2016 agli 874 del 2020, con un aumento medio di quasi 10 miliardi l'anno. Al contempo la tassazione balzerà dai 786 miliardi di euro del 2016 agli 867 del 2020, con un aumento ancora superiore, pari a 81 miliardi. Decisioni, già scritte nero su bianco sul documento di programmazione pluriennale, che potrebbero diventare deleterie se l'economia non dovesse crescere ai ritmi previsti, costringendo a nuove manovre correttive di aumento di tasse e deficit pubblico.

Tutto ciò avviene mentre in parlamento non si è ancora deciso se discutere la proposta di creare una “pensione di garanzia” per dare ai giovani con almeno 20 anni di contributi alle spalle un minimo di 650 euro al mese. Così come è ancora in dubbio l'approvazione dell'Iva al 5% (invece che al 22% attuale) su biberon, pannolini e tutti i beni di prima necessità per l'infanzia proposta alla Camera dalla deputata Titti Di Salvo che ha fatto notare come “i genitori versano all'erario mediamente per ogni bambino, nel primo anno di vita, circa 1.100 euro di imposte, in particolare per l'imposta sul valore aggiunto (Iva) sui prodotti di prima necessità”.

Più che alla difesa dei “diritti acquisiti” sarebbe bello che la politica, una volta tanto, fosse in grado di pensare alle necessità di chi oggi - come dimostrano i dati - sta soffrendo di più la crisi economica: i giovani e le famiglie, specie se numerose.