a cura di Benedetta Frigerio
  • Pakistan

Una domestica cristiana di 14 anni vittima di ripetute violenze sessuali

Saima, una ragazzina cristiana di 14 anni residente a Faisalabad, Pakistan, sette mesi fa è stata assunta come domestica nella casa di un influente uomo politico, Tahir Jameel, membro dell’assemblea provinciale della Pakistan Muslim League-Nawaz. Per almeno due mesi è stata più volte violentata dall’uomo, molestata da due suoi figli e maltrattata dalla moglie. A giugno, per sottrarsi a un ennesimo tentativo di abuso – riporta l’agenzia di stampa AsiaNews – si è chiusa in un bagno, ma quando ne è uscita la moglie del politico l’ha rasata e torturata. Solo allora Saima, tornando a casa, ha raccontato ai genitori che cosa le stava succedendo. Questi sono si sono recati a una stazione di polizia per denunciare il fatto, ma gli agenti hanno rifiutato di registrare la loro denuncia. Solo diversi giorni dopo, il 28 giugno, dopo che la famiglia è riuscita a organizzare una protesta pubblica, la denuncia è stata depositata e Tahir Jameel è stato incriminato di violazione del Punjab Destitute and Negleted Children Act 2004. A sua volta l’uomo e i suoi famigliari hanno però accusato Saima di aver rubato gioielli e denaro e di essersi inventata la storia dello stupro quando ha capito di essere stata scoperta. Il 2 luglio il giudice ha ascoltato le parti, ma il padre di Saima, contro la volontà della figlia, ha ritirato la denuncia dicendo che era stato “raggiunto un accordo di riconciliazione”. Per questo motivo Saima ha chiesto di poter rimanere nella struttura governativa protetta riservata alle donne nella quale era stata nel frattempo trasferita, invece di tornare in famiglia. Il presidente dell’organizzazione non governativa Human Rights Focus Pakistan, Naveed Walter, ha commentato che quello di Saima non è un caso isolato. “Per questo – ha spiegato – ci impegniamo così tanto nella campagna di registrazione delle domestiche al Dipartimento del lavoro e lottiamo affinché le bambine non siano costrette a lavorare, nemmeno accompagnando le madri sul luogo di lavoro”.