• OMICIDIO DEL CARABINIERE

Una benda (sbagliata) non cancelli un delitto

Nella tragedia del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, accoltellato da un ragazzo americano, il lutto nazionale si intreccia con la polemica sulla foto del presunto responsabile bendato e ammanettato in caserma. Ma va ripristinato il senso delle misure. Una benda, per quanto sbagliata, non è equivalente all'assassinio.

IL SENSO DELL'INGIUSTIZIA di Rino Cammilleri

Il funerale di Mario Cerciello Rega

Nella tragedia del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, accoltellato da un ragazzo americano, il lutto nazionale e la solidarietà nei confronti dei famigliari straziati dal dolore si sono in parte intrecciati con la polemica sulla foto del presunto responsabile bendato e ammanettato in caserma.

Il primo commento che a persone di buon senso verrebbe in mente è la parabola della trave e della pagliuzza. Stucchevole e offensivo, di fronte alla prematura e inconsolabile perdita di una vita umana, dedicare anche solo pochissimi minuti a commentare un gesto, sicuramente esecrando, di un carabiniere che decide di vendicare il collega assassinato umiliando il suo probabile killer. Invece il mondo del giornalismo e, in maniera amplificata, quello dei social, si è diviso tra chi avrebbe anche sottoposto a tortura i responsabili dell’orrendo crimine e chi invece ha stigmatizzato la decisione di bendare e ammanettare il giovane statunitense.

E’ necessario, quindi, ristabilire una gerarchia di valori che altrimenti risulterebbe stravolta se questa polemica si trascinasse oltre il dovuto. E’ fuor di dubbio che quella degli occhi bendati non sia una bella scena. Un uomo privato della libertà non va mai mostrato in quello stato di prostrazione, come predicano tutte le convenzioni internazionali, quelle scritte e quelle consuetudinarie. Giusto, quindi, condannare, come hanno fatto i vertici dell’Arma dei Carabinieri, chi ha immortalato quel momento, esibendo peraltro senza filtri lo scatto. Si sa che il carabiniere autore di quella foto è già stato trasferito ad altro incarico.

Anzitutto c’è da chiedersi cosa l’abbia spinto a quel gesto. Istinto di vendetta? Dimostrazione plastica del potere della divisa? Si aspettava un “bravo”? Non immaginava che qualcuno gli avrebbe chiesto conto di quella sua fotografia? Va detto che quella foto ricorda quella di Totò Riina sotto il ritratto del Generale Dalla Chiesa, poco dopo l’arresto, avvenuto nel 1993. Non è un caso che anche nell’istantanea dell’americano bendato e ammanettato ci sia, incorniciato, il carabiniere assassinato nel 1992. Dunque un goffo tentativo di scimmiottamento della foto di allora? Più  verosimilmente si tratta solo di una casuale coincidenza, supposto che quasi sicuramente l’autore della foto del giovane americano, fermato per l’omicidio del vicebrigadiere, fosse all’oscuro di quel precedente.

Tuttavia la cosa fa riflettere. In ogni caso chi ha proceduto al bendaggio ne pagherà le conseguenze disciplinari, e involontariamente ha fatto un grave danno alla famiglia del vicebrigadiere e all’Italia. Nel voler mostrare all’opinione pubblica che fine fanno coloro che uccidono un carabiniere, ha offerto un assist incredibile alla difesa di quei due giovani americani. I precedenti del delitto di Perugia e di Amanda Knox, anche lei americana, passata alla storia come illustre vittima del nostro sistema giudiziario, anche a causa delle indebite ingerenze americane nelle vicende processuali, dovrebbero aver insegnato qualcosa. Bene ha fatto il vicepremier Matteo Salvini a ricordare che l’unica cosa importante da fare è commemorare Mario Cerciello Rega e che l’unica vittima della tragedia è lui. Tergiversare su leggerezze, sia pur deprecabili, come quella del carabiniere autore del bendaggio, significherebbe perdere di vista l’esigenza di assicurare una pena esemplare a chi si è macchiato di un crimine così efferato. Undici coltellate crudeli ed efferate fanno immediatamente dimenticare tutto il resto, anche una violazione della dignità di un detenuto, che pure c’è stata, come ha correttamente osservato il premier, Giuseppe Conte.

E poi una domanda finale potremmo farcela: che cosa sarebbe successo negli Stati Uniti in un caso del genere? Se due cittadini italiani sotto l’effetto di stupefacenti avessero ucciso un poliziotto americano e fossero stati fotografati con una benda e delle manette, in violazione dell’elementare principio di dignità del detenuto, ci sarebbe stata analoga indignazione? Sarebbero stati anzitutto gli americani a far prevalere il desiderio di punizione dei responsabili. Anzi il trattamento riservato a questi ultimi sarebbe stato ancora più truce. Forse gli agenti statunitensi non si sarebbero fermati al bendaggio e alle manette. Nessuna lezione, quindi, di bon ton poliziesco dagli americani.

E non dimentichiamo le stragi impunite come quella del Cermis, nelle quali nessuno ha raccontato agli italiani come sono andate le cose. Dunque si commemori il vicebrigadiere barbaramente ucciso, si preghi per la sua famiglia e si faccia in modo che i responsabili non si ritrovino, come successo ad Amanda Knox, protagonisti di un circo mediatico che trasforma le responsabilità in medaglie.