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Un giudice ferma ancora Trump sull'immigrazione

Come ai tempi del "muslim ban" un giudice federale blocca la direttiva di Trump con cui si negava il diritto di asilo a chi attraversa il confine illegalmente. E l'ordine della magistratura arriva proprio quando la carovana di emigranti dell'America centrale bussa alle porte del confine meridionale. Ogni intento politico è puramente casuale?

Posto di frontiera fra Usa e Messico

Il 9 novembre, il presidente degli Usa Donald Trump aveva firmato una direttiva per riformare in parte il sistema di richiesta di asilo. Nella direttiva si prescriveva l’arresto di tutti coloro che avrebbero attraversato illegalmente il confine. A tutti costoro sarebbe stato negato il diritto di chiedere asilo politico. Per chiederlo avrebbero dovuto attraversare la frontiera legalmente, ad un valico, per presentarsi alle autorità. La direttiva è stata sospesa ieri per ordine del giudice federale Jon Tigar, che ha accolto il ricorso di associazioni per i diritti umani, proprio mentre le carovane di emigranti dall’America centrale bussano alle porte del confine con il Messico.

Attualmente tutti gli emigranti, entrati legalmente o illegalmente negli Usa, hanno diritto di asilo. Hanno un anno di tempo per farlo. Secondo la direttiva di Trump, quelli illegali sarebbero stati detenuti in un centro nei pressi del confine finché il loro caso non fosse stato deciso da un tribunale. Dopo l’ordine del giudice Tigar, di San Francisco, torna tutto come prima. Il magistrato, nel motivare la sua decisione, ha scritto: “Qualunque sia lo scopo dell’autorità presidenziale, non può riscrivere le leggi sull’immigrazione per imporre una condizione che il Congresso ha espressamente vietato”. Nell’opinione scritta di Tigar si legge infatti che: “Il Congresso ha chiaramente ordinato che gli immigrati abbiano il diritto di chiedere asilo, indipendentemente da dove siano entrati”. Il giudice ha ordinato una sospensione immediata della direttiva presidenziale, anche se la causa continuerà.

Il giudice si è mosso su ricorso dell’Unione per le Libertà Civili in America (Aclu), storica associazione legale per la difesa dei diritti civili. L’avvocato della Aclu Lee Gelernt che ha fatto ricorso contro la direttiva presidenziale dichiara che le azioni di Trump siano “chiaramente illegali” e mettano a rischio molte vite. “Non c’è alcuna giustificabile ragione per negare semplicemente alla gente il diritto di richiedere asilo e non possiamo rimandarli indietro ad affrontare il pericolo solo basandoci al modo in cui sono entrati”. Secondo la Aclu e l’Associazione per i Diritti Costituzionali, che hanno (per ora) vinto la causa, rimettere in discussione il diritto di asilo vuol dire minare le fondamenta costituzionali degli Usa, la “terra della libertà” che ha ospitato sempre dissidenti e perseguitati da tutto il mondo.

Il problema sollevato dall’amministrazione Trump, tuttavia, non può essere liquidato via come mera strategia della paura, come sostiene l’opposizione dei Democratici (che ora sono in maggioranza alla Camera, organo legislativo che si occupa di immigrazione, fra le altre cose). La necessità di emettere un decreto come quello del 9 novembre è motivata dalla situazione contingente: l’arrivo della carovana di emigranti dall’Honduras. Questa carovana, giunta alla città di frontiera messicana di Tijuana, ha già raggiunto le dimensioni di 3000 uomini persone, soprattutto uomini, a cui se ne aggiungeranno altri 7000 nei prossimi giorni. Scrutinare tutti loro, anche per esaminare ogni singola richiesta di asilo, vuol dire intasare il sistema di immigrazione. La possibilità che vi siano infiltrazioni di criminalità e anche terrorismo è altissima. Così come cresce la possibilità che molti degli emigranti tentino di passare illegalmente il confine, per poi volatilizzarsi all’interno del territorio Usa. Per fare cosa, non si sa. La richiesta di asilo, oltre che un diritto, è anche un espediente usato dagli avvocati degli immigrati clandestini per consentir loro di dilazionare i tempi dell’espulsione. Se questa logica viene applicata a tutti i 10mila partecipanti della carovana, di fatto salta il confine degli Stati Uniti. Trump forse esagera a parlare di “invasione”, perché è una massa disarmata. Ma l’intento politico della carovana, organizzata dall’opposizione di sinistra dell’Honduras e seguita da Ong no borders, è più che evidente. Non è un fenomeno spontaneo, insomma. Gli indizi che pochi siano dei veri richiedenti asilo sono molti. A partire dai dati statistici storici: il 20% dei richiedenti asilo ne aveva diritto, negli ultimi anni. Il restante 80% era costituito da immigrati clandestini che hanno usato l'espediente della richiesta di asilo per non essere espulsi. Nel caso di questa carovana, che si è costituita in Honduras e include anche gente del Salvador, solo una minoranza ha fatto richiesta di asilo politico al Messico, che pure è il primo paese sicuro più vicino a quello di origine. Veri richidenti asilo, come i venezuelani, che fuggono a milioni dal loro paese per fame e repressione, si stabiliscono nei paesi confinanti. Non arrivano fino agli Usa. 

L’azione legale della Aclu e l'ordinanza di Tigar sono anch’esse manovre tutt’altro che disinteressate. Sono politiche. I magistrati sono di nomina politica e Jon Tigar è stato nominato da Barack Obama nel 2012. Come nella battaglia sul “muslim ban”, l’azione di associazioni per diritti civili e giudici nominati da Obama, si rivela molto più efficace di qualunque voto al Congresso per bloccare le politiche di Donald Trump. Ora come allora, l’immigrazione è il campo di battaglia scelto dall’opposizione, perché richiama l’attenzione mondiale. Quanto poi, queste politiche della porta aperta, vadano realmente a vantaggio dell’immigrato, non è dato saperlo. Con l’ordine di ieri è stato sicuramente difeso il diritto dell’emigrante a richiedere asilo politico, ma è stata anche indirettamente legittimata l’immigrazione clandestina, con tutto ciò che comporta in termini di rischi e di criminalità. L’equilibrio fra questi due elementi, diritto di asilo contro legalità dell’attraversamento della frontiera, farà ancora discutere per anni.