• CHARLIE

Ucciso. Ma la morte non è l'ultima parola

Charlie Gard

È stato ucciso. Sia ben chiaro e non facciamoci prendere in giro. Charlie Gard è stato ucciso. Ucciso da medici e giudici, che hanno voluto questa morte con ferocia determinazione, e ucciso dal silenzio di quanti avrebbero avuto l’autorità morale (e non solo) per intervenire e non l’hanno fatto.

È difficile mettere ordine in questo momento nel turbinio di sentimenti e pensieri che affollano cuore e mente. Il primo pensiero – e la preghiera – va ovviamente per il piccolo Charlie. Nella sua breve, difficile, vita terrena ha comunque ricevuto due grandi doni: il battesimo, che l’ha incorporato a Cristo, e l’amore dei suoi genitori, che con tutte le forze hanno cercato di strapparlo alle grinfie di un sistema che lo voleva morto. 

Una preghiera è anche per i genitori di Charlie, Connie e Chris, verso cui è impossibile non provare un sentimento di gratitudine e ammirazione oltre che di vicinanza. Grazie alla loro battaglia per Charlie, durata mesi, milioni di persone nel mondo sono state toccate da una vicenda che ha costretto ognuno a porsi una domanda sulla vita e sulla morte, sul senso della sofferenza e sulla dignità di ogni vita umana. Da questa battaglia per la vita di Charlie – pur con momenti di incoerenza e comprensibili cedimenti – è nata una mobilitazione spontanea di preghiere come non si era mai visto, almeno in tempi recenti.

Anche la grande stampa - che pure per lungo tempo aveva snobbato la vicenda – è stata costretta a occuparsi del caso, a riproporre e amplificare quelle domande sulla vita che riemergono malgrado il tentativo di coprire tutto sotto il manto di una falsa compassione che odora di morte. È stato un clamore che ha disturbato e messo in difficoltà il Potere, ne ha svelato il volto feroce e antiumano, un’alleanza trasversale tra medici, giudici, politici, ecclesiastici.

Proprio la violenza devastante di questo Potere, che ha troncato l’esercizio dell’amore con cui Chris e Connie avrebbero continuato ad avvolgere Charlie, genera amarezza, sdegno e anche preoccupazione. Perché è fin troppo chiaro che la vicenda di Charlie non è soltanto quella di un fragilissimo bambino strappato alla potestà dei suoi genitori e schiacciato da una macchina infernale; essa già viene usata per far passare una mentalità eutanasica (“A certe condizioni non val la pena vivere”) e come precedente per legittimare la messa a morte di chissà quante altre migliaia e milioni di malati inguaribili come Charlie. Consegnando allo Stato il potere di vita e di morte sui propri cittadini. Ce ne accorgeremo presto anche in Italia, dove peraltro già è partito l’iter per approvare una legge sul bio-testamento, e già si è proposto un nuovo caso, quello di Elisa, una condizione simile a quella di Eluana Englaro. 

E infine non si può non provare sgomento per l’assenza ingiustificata della Chiesa, anzi dei suoi pastori, fatte salve alcune, rare, eccezioni. Ancora una volta, davanti a un popolo che si è mobilitato anzitutto con la preghiera, ha fatto da contraltare il silenzio di vescovi e sacerdoti, a cominciare da quelli più vicini ai Gard. In tanti mesi solo qualche scarno comunicato, peraltro all’insegna del cerchiobottismo, qualche parola di generico sostegno ai genitori di Charlie, un paio di tweet. Nessun giudizio chiaro per sostenere la battaglia per la vita di Chris e Connie, nessun segno concreto di vicinanza, guai a porre gesti che avrebbero potuto essere interpretati come sfida al Potere.  Silenzio. Dove erano quelli che si riempiono sempre la bocca di parole come “accompagnamento”? E quelli che urlano contro la “cultura dello scarto” hanno perso la voce? Non hanno notato che Charlie, così come tutti i malati inguaribili, sono “lo scarto dello scarto”? Silenzio, anzi in alcuni casi anche sostegno alla decisione dei medici. Uno scandalo su cui ritorneremo, il segnale di una resa alla mentalità del mondo.

Ma su tutto sta la certezza che la morte non è l’ultima parola, la consapevolezza che per chi ha partecipato a questo calvario, per chi ha sostenuto in diverso modo Charlie, Chris e Connie, si è reso ancora più chiaro che il senso della nostra vita è in quel Dio che si è incarnato per amore dell’uomo, per amore di ciascuno di noi, qualsiasi sia la condizione – sociale, economica, fisica - in cui viviamo. 

Non può stupire che una società che rifiuti Cristo torni ad essere disumana, violenta. Ne è la logica conseguenza. Più grande è allora la nostra responsabilità nell’essere riverbero di quell’amore per l’uomo da cui siamo stati presi.