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Turchia, cristiani sempre meno liberi e nel mirino

È da tempo che la Turchia ha ristretto in maniera inesorabile lo spazio vitale per i cristiani. Anche se la costituzione non è ostile al cristianesimo, il proselitismo, la conversione al cristianesimo, l'organizzazione di attività pubbliche sono più limitati. E nella maggioranza sunnita si diffonde la paranoia sulla presunta minaccia della minoranza cristiana.

Istanbul, Hagia Sofia (mosaico all'ingresso occidentale)

È da tempo che la Turchia ha ristretto in maniera inesorabile lo spazio vitale per i cristiani. “Anche se la costituzione non è ostile al cristianesimo”, dice il direttore regionale dell’organizzazione International Christian Concern, Claire Evans.

Sebbene le attività missionarie non siano illegali secondo il codice penale turco, sia i pastori stranieri che i cittadini turchi che si convertono al cristianesimo sono considerati come senza dignità anche dalle autorità. I cristiani in Turchia non possono aprire scuole o dedicarsi all’evangelizzazione, ai religiosi e alle religiose è negato spessissimo l’ingresso nel Paese e i permessi di soggiorno vengono rifiutati. Per non parlare dei consacrati e non, costretti all’esilio. Gli ultimi fatti di cronaca raccontano che il giorno dopo che il pastore americano Andrew Brunson è stato rilasciato, un altro evangelico, l’americano-canadese David Byle, da due anni in Turchia, è stato arrestato. E nonostante sia andato incontro all’esilio altre tre volte in passato, oggi non è riuscito a sottrarsi. Dopo il carcere è stato costretto a lasciare il Paese.

Nelle relazioni annuali sulle violazioni dei diritti umani, pubblicate dal 2009, l'Associazione turca delle chiese protestanti dettaglia la discriminazione sistematica della Turchia contro i cristiani e dà un quadro del dramma quotidiano che sono costretti a subire. E basta rifarsi alla storia recente, senza dover andare troppo indietro per capire il contesto. Nel 2001, dopo la pubblicazione di un rapporto della National Intelligence Organization, il Consiglio di sicurezza nazionale dichiarò le attività missionarie cristiane come una “minaccia alla sicurezza” e decretò che “dovevano essere prese precauzioni contro le loro attività distruttive”.

Nel 2004, la Camera di commercio di Ankara (ATO) in un rapporto asseriva che “le attività missionarie provocano aspirazioni separatiste etniche e religiose, e prendono di mira la struttura unitaria dello stato”. Nel 2005, il ministro di Stato Mehmet Aydin scriveva “pensiamo che le attività missionarie [cristiane] mirino a distruggere l'unità storica, religiosa, nazionale e culturale ... sono viste come un movimento estremamente pianificato con obiettivi politici”. Nel 2006, le forze armate turche (TSK) in una rivista mensile si riferivano ai missionari cristiani come a una minaccia, e chiedevano norme per impedire la loro attività. Nello stesso anno, Ali Bardakoğlu, allora a capo della Diyanet (la direzione degli affari religiosi finanziata dal governo), in televisione denunciava il “dovere necessario” della Diyanet di mettere in guardia la gente sui missionari e altri movimenti che “minacciano la società”. 

Se i cristiani in Turchia sono un’organizzazione equiparabile ad una terroristica, è naturale che il loro destino è fatto di denunce, incubi e amare condanne. Nel 2006, Kamil Kiroğlu, un musulmano convertito al cristianesimo, venne ucciso da cinque uomini che però gli offrirono una via di fuga, “nega Gesù, o ti uccideremo ora”, mentre un altro urlava: “non vogliamo i cristiani in questo paese”. Era sempre il 2006 quando padre Andrea Santoro, un prete cattolico di 61 anni, venne assassinato mentre pregava nella chiesa di Santa Maria a Trebisonda. Cinque mesi dopo, un sacerdote di 74 anni, padre Pierre François René Brunissen, veniva accoltellato a Samsun. Il movente fu reso noto subito: i sacerdoti meritavano di morire per le loro “attività missionarie”. Ma la lista di quanti hanno subito lo stesso destino infame è davvero lunga. Quando Luigi Padovese, vicario apostolico di Anatolia, nel giugno 2010 venne sgozzato, ci fu solo un grido a coprire il dolore del vescovo, “Allahu Akbar”. Era il suo autista che al processo giustificherà l’omicidio dicendo che il vescovo era “falso messia”.

Eppure i cristiani in Turchia non sono una novità, ma solo una realtà oggi minuscola e disintegrata che ha dato i natali a San Paolo, San Luca, Efrem, Policarpo, Timoteo, san Nicola e sant’Ignazio. La Bibbia è piena zeppa di episodi che hanno come sfondo l’Asia Minore, parte della Turchia contemporanea, così come armeni, assiri e greci furono tra le prime nazioni ad abbracciare la fede cristiana. Fu ad Antiochia che i seguaci furono chiamati “cristiani” per la prima volta nella storia, e la Basilica di Santa Sofia a Istanbul, costruita nel VI secolo, è stata la più grande chiesa del mondo prima che i turchi la convertissero in moschea nel 1453. Oggi, solo circa lo 0,2% della popolazione turca di quasi 80 milioni è cristiano. Il movente che attraversa i secoli è sicuramente l’islam e la sua visione dei kafir, gl’infedeli. La dottrina coranica che li odia e li giudica “amici di satana”, ammette che siano derubati, uccisi, torturati, violentati, derisi, maledetti, condannati.

Sicuramente la differenza tra la Turchia e il resto del mondo sta nel fatto che l’identità nazionale è principalmente modellata sull’identità religiosa. Il che vuol dire che ciò che rende turco un turco riguarda l’essere musulmani. E siccome essere islamici è qualcosa che invade ogni aspetto della vita pubblica e privata - anche le abitudini alimentari sono imposte dallo Stato – i turchi pensano che nella loro storia non ci sia nulla di cui vergognarsi: significherebbe vergognarsi di se stessi. I turchi non si sentono vicini all’Europa o al Medio Oriente, si sentono sostanzialmente vicini solo a se stessi. L’odio per il cristianesimo, allora, nasce anche dalla paura diffusa, al limite della paranoia, che i cristiani attraverso il proselitismo mirino a riprendersi le terre che erano loro prima della conquista ottomana. Vengono così diffusi rapporti allarmanti che sostengono che il 10% dell’intera popolazione turca sarà cristiano entro il 2020.

Nonostante sotto l’Impero ottomano in disfacimento siano stati sterminati un milione e mezzo di armeni nel 1915, la Turchia ancora si rifiuta di riconoscere il genocidio armeno e si infuria ogni volta che qualcuno afferma questa verità storica. Due i motivi principali. Da un punto di vista identitario, riconoscere il genocidio significherebbe accettare che i padri fondatori della Turchia siano degli assassini, e della peggior specie. Da un punto di vista più concreto, il termine genocidio, neologismo inventato dal giurista Raphael Lemkin per descrivere quanto avvenuto agli armeni, ha una valenza giuridica: non cade mai in prescrizione, neanche dopo 100 anni, e dà il diritto alle vittime di chiedere un risarcimento per quanto perduto e anche per tutto ciò che è stato espropriato loro. Ma il genocidio che falcidiò i cristiani armeni oggi non è più un incubo, ma una realtà quotidiana per i cristiani.