• MIOPIA INTERNAZIONALE

Troppe bugie sul Kazakhstan

Un'ala della sinistra ha lanciato una campagna contro il Kazakhstan per la vicenda Ablyazov. Ma prima sarebbe meglio informarsi. Certo occorre fermezza sui diritti umani, ma non ingenuità. Perchè altri paesi potrebbero essere interessati a fare affari con il Kazakhstan.

Astana, capitale del Kazakhstan

Premessa: condivido tutto quanto "La nuova Bussola quotidiana" ha scritto sul caso di Alma Shalabayeva, la moglie dell'oligarca kazako Mukhtar Ablyazov, oppositore del presidente Nursultan Nazarbayev, e di sua figlia Alua, espulse dall'Italia e rimpatriate in Kazakhstan il 31 maggio. L'operazione è stata gestita dalle nostre autorità con riprovevole approssimazione: sono cose che capitano, ma che non devono capitare. Tutto questo premesso, si presta all'ironia l'ampio stracciarsi di vesti del quotidiano "Repubblica" e di un'ala del PD che mira alla caduta del governo Letta. Molti di coloro che si agitano avrebbero serie difficoltà a rispondere alla domanda su dove sia il Kazakhstan, e hanno improvvisamente scoperto che nel Paese centro-asiatico esiste qualche problema di diritti umani, coperto dagli affari delle nostre aziende. Ma non sono credibili, perché non li abbiamo mai sentiti protestare quando aziende italiane fanno buoni affari, con la benedizione della nostra politica, con governi che sul piano dei diritti umani, della libertà religiosa e del trattamento dei cristiani si comportano molto peggio del Kazakhstan. Il primo esempio è la Cina, ma ce ne sono tanti altri.

So qualcosa del Kazakhstan, per esserci stato ed essermi intrattenuto con diverse autorità politiche - compreso il presidente Nazarbayev - nel corso del mio mandato all'OSCE, l'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, di cui sono stato nel 2011 Rappresentante per la lotta al razzismo, alla xenofobia e alla discriminazione religiosa, sotto la presidenza lituana che faceva seguito alla presidenza kazaka del 2010. Credo anche di avere letto i testi fondamentali dei miei colleghi sociologi che si sono occupati del Kazakhstan, a partire dall'indiana, docente a Londra, Bhavna Dave, i cui studi fanno autorità in materia. Questo non fa di me uno specialista del Kazakhstan, ma basta per farmi riconoscere molti articoli sul Paese centro-asiatico che ho letto in questi giorni come pieni di imprecisioni quando non di bugie.

I kazaki sono stati nomadi per la maggior parte della loro storia. Sono stati sedentarizzati, più o meno a forza, quando il Kazakhstan è stato incorporato nell'Unione Sovietica. La sedentarizzazione ha offerto loro anche dei vantaggi: la burocrazia sovietica ha iniziato a sfruttare le risorse naturali, cioè petrolio, gas e minerali. Ha dirottato il grosso dei guadagni su Mosca, ma ne ha usato una parte in Kazakhstan, dove ha assicurato alla popolazione una stabilità e un tenore di vita modesto ma che, a differenza della vita precaria del nomade, garantiva almeno il pane quotidiano. A titolo di prezzo, l'Unione Sovietica ha imposto la russificazione: l'adozione forzata del russo anziché del kazako come lingua e la repressione della cultura kazaka. Questo non ha prodotto vere rivolte, per due ragioni. La prima è che - a differenza dell'ucraino o del lituano - il kazako aveva generato poca letteratura scritta, e la cultura kazaka, affidata soprattutto alle ballate e ai poemi dei cantastorie, era relativamente esigua e non poteva sostenere una classe d'intellettuali dissidenti come avveniva altrove. La seconda è che negli ultimi anni della sua esistenza l'Unione Sovietica cercava di nominare in Asia Centrale dirigenti non "paracadutati" da Mosca ma locali, e che parlavano la lingua locale, tra cui appunto Nazarbayev, che aveva la carica di primo segretario del Partito Comunista Kazako e che è l'attuale presidente.

Con la caduta dell'Unione Sovietica, i dirigenti del Partito Comunista sovietico nelle varie repubbliche dell'Asia Centrale si sono trasformati in ventiquattr'ore da comunisti in nazionalisti, hanno indetto elezioni più o meno regolari e sono diventati presidenti "democraticamente eletti", e in genere riconfermati a vita, dei loro Paesi diventati indipendenti. Così ha fatto Nazarbayev, il quale rispetto ai suoi colleghi dei Paesi vicini - Uzbekistan e Turkmenistan, ma anche Kirgystan - non è meno megalomane, ma indirizza diversamente la sua megalomania. Vuole affermarsi come leader regionale, internazionalmente rispettato. Per questo, ha scelto due strade. La prima è l'economia: grazie alle ricchezze naturali del Paese ha lanciato un ambizioso piano di sviluppo, che vorrebbe fare del Kazakhstan "il Qatar dell'Asia Centrale" e ha attirato numerosi investitori stranieri, fra cui primeggiamo gli italiani - il che, aggiungo subito, non è di per sé una vergogna e si è dimostrata anzi una scelta lungimirante. La seconda, molto complicata, è la religione. Presentandosi come islamico moderato, Nazarbayev ha promosso il dialogo interreligioso, con eventi periodici che hanno il loro centro nella Piramide dell'architetto inglese superstar Norman Foster costruita nella capitale nuova di zecca Astana insieme ad altre meraviglie architettoniche. Nazarbayev ha anche accolto in Kazakhstan il beato Giovanni Paolo II, e mantiene un decoroso rapporto con i vescovi cattolici del Paese. Tutto non è perfetto in Kazakhstan dal punto di vista della libertà religiosa: patiscono soprattutto i missionari protestanti e gli attivisti di gruppi islamici che il presidente etichetta - talora frettolosamente - come fondamentalisti o amici di al-Qa'ida. Ma è anche vero che, rispetto ai Paesi vicini, in Kazakhstan le minoranze religiose non stanno poi così male.

Quanto alla politica interna, Nazarbayev si è lanciato in un grandioso programma di rilancio della cultura e della  lingua kazaka, che ha fatto insegnare a tutti i suoi concittadini e dichiarare lingua dello Stato, anche se il russo rimane molto diffuso. Qualche sociologo usa la categoria di "tradizioni inventate" perché una cultura e una lingua kazaka così ampie e diffuse forse non sono mai esistite nella storia. Ma l'esperimento è interessante, e - insieme a problemi - incontra un consenso genuino e diffuso in Kazakhstan. Tra il serio e il faceto quand'ero all'OSCE avevo creato per Paesi come il Kazakhstan l'eufemismo "diversamente democratici" - come oggi si parla di "diversamente abili" -  che peraltro aveva strappato un sorriso anche a qualche collega kazako. Come i disabili o "diversamente abili" non sono  in piena forma, l'espressione voleva indicare che i presidenti dell'Asia Centrale non sono "veramente" democratici. Solo chi prende per oro colato la propaganda di Nazarbayev potrebbe sostenere che tutto va bene in Kazakhstan. Ma i dissidenti, a dire il vero, non sono moltissimi neppure oggi, come avviene sempre quando leader autoritari hanno cura di socializzare un certo sia pure modesto benessere anziché la miseria. Gli oppositori sono una piccola costellazione di intellettuali e studenti che vorrebbero un genuino multipartitismo e vere elezioni, minoranze religiose che il governo considera meno uguali delle altre, omosessuali che lamentano una "omofobia" di regime. Ci sono poi gli oligarchi, come il protagonista del caso italiano, Ablyazov, un tempo amici e sodali di Nazarbayev ma che poi hanno rotto con il presidente.

Ablyazov, un fisico, è diventato dopo la caduta dell'Unione Sovietica imprenditore miliardario, poi banchiere e Ministro dell'Energia di Nazarbayev. Lui e i suoi amici hanno poi fondato un partito che si propone di sostituire l'attuale presidente con un gruppo di tecnocrati e banchieri: finanziato, secondo la giustizia russa che cerca anche lei di arrestare Ablyazov - ma che l'oligarca accusa a sua volta di prendere ordini da Putin, che è buon amico di Nazarbayev - con una truffa da cinque miliardi compiuta in Russia. Possiamo anche chiamare questi oligarchi e tecnocrati kazaki "dissidenti", ma sono casi diversi dagli intellettuali e dagli studenti.

Potrà anche stupire Matteo Renzi, ma per il medio kazako i diritti degli omosessuali, il desiderio di Ablyazov di andare al potere o l'opportunità che il partito Nur-Otan del presidente Nazarbayev - che forse vincerebbe le elezioni anche se fossero oneste - designi i suoi candidati tramite primarie non sono poi questioni così importanti. Suo nonno rischiava di non sopravvivere alla vita precaria del nomade. Suo padre sopravviveva, ma a patto di dimenticarsi di essere kazako, di parlare solo russo e di dichiararsi comunista, sovietico e preferibilmente ateo. Il figlio gode di una modesta agiatezza, può parlare kazako - e anche russo, se lo desidera - e professare liberamente la sua religione, almeno se è musulmano, buddhista o cattolico. Non si fa illusioni su Nazarbayev, ma considera che, comparate al passato, le cose sono almeno molto migliorate, e che alcuni degli oppositori non sono poi tanto più credibili del presidente. Come i sociologi notano, alla lunga lo sforzo di modernizzazione e di creazione di una cultura nazionale - che passa anche per l'invio di studenti kazaki all'estero - produrrà una nuova generazione che chiederà anche una nuova struttura politica, più aperta al ricambio e alla partecipazione della società civile, e senza queste aperture gli ambiziosi programmi lanciati da Nazarbayev falliranno. Paradossalmente, anzi, sono programmi che ultimamente possono riuscire solo mettendo in conto il crollo o una profonda modifica dello stesso regime che li ha avviati. Ma sono processi piuttosto lunghi.

Matteo Renzi, Nichi Vendola e "Repubblica" dipingono il Kazakhstan come se fosse la Russia stalinista o la Cambogia dei Khmer rossi. Alcune critiche a Nazarbayev sono giustificate ma la campagna della sinistra italiana, lo ripeto, fa sorridere, trattandosi di esponenti o amici di partiti che intrattengono amichevoli rapporti con Cuba e il Vietnam, dove si violano più diritti umani che in Kazakhstan, e qualche volta addirittura con la Corea del Nord, che quanto a diritti umani è la maglia nera mondiale. È evidente che i loro discorsi hanno poco a che fare con il Kazakhstan e moltissimo con la politica italiana.

Quanto al Kazakhstan, l'Italia dovrebbe essere attenta a rimanere ferma sul fronte dei diritti umani - che talora si promuovono meglio mantenendo un dialogo diplomatico che non strepitando sui giornali occidentali -  ma nello stesso tempo non ingenua. Quanto a ingenuità, abbiamo già dato in Libia. Chiediamo che la famiglia di Ablyazov sia trattata nel pieno rispetto dei diritti delle persone, ma indaghiamo anche su Ablyazov, sulle lobby internazionali che rappresenta, e su chi ha dato l'imbeccata, per lanciare la campagna che hanno promosso, a "Repubblica" e al PD. I nostri giornalisti e politici sono certo tutti in buona fede, ma non sarei stupito se alla fine si scoprisse la manina o la manona di qualche servizio segreto straniero - per non fare nomi, inglese o francese - interessato a che le sue industrie rimpiazzino quelle italiane nella posizione di prominenza che hanno in Kazakhstan. Anche qui, la Libia dovrebbe insegnare qualcosa. Ma non lo farà, perché la sinistra italiana come sempre è ipnotizzata da Berlusconi, e preferisce dare addosso agli "amici di Berlusconi" che prendere una cartina geografica e tenere conto degli interessi nazionali.