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Troppa informazione è disinformazione

L'intervista alle figlie dei boss Totò Riina e Bernardo Provenzano, pronte a rivendicare l'orgoglio delle loro famiglie, ha offeso i parenti delle vittime. Ma è solo un ultimo esempio del degrado dei media superficiali e ideologici.

Riina

L’intervista rilasciata dalla figlia del capomafia Totò Riina a una Tv svizzera ha scosso le coscienze di molti e ha riportato alla mente quella rilasciata tempo fa a “Servizio pubblico” dal figlio dell’altro boss, Bernardo Provenzano. In entrambi i casi gli intervistati, pur dicendosi “dispiaciuti” per le vittime delle azioni criminali dei rispettivi genitori, rivendicavano l’orgoglio del loro cognome e della loro famiglia. Prevedibili le reazioni indignate delle associazioni delle vittime delle stragi ideate e commissionate da Riina e Provenzano e di larga parte dell’opinione pubblica.

Al di là della vicenda in sé, quelle interviste sono la spia del degrado che avvolge ormai in pieno il mondo dell’informazione, refrattario ad ogni regola, non solo giuridica e deontologica, ma perfino di buon senso. Che cos’altro avrebbe dovuto dire la figlia di Riina ai microfoni di quella tv di Ginevra? Che necessità c’era di fare quell’intervista che riproduce per l’ennesima volta il refrain di un voyeurismo (dis)informativo che offende la memoria delle tante vittime delle stragi mafiose? La giurisprudenza sempre più consolidata riconosce al giornalista discreti margini di manovra nelle interviste, cioè quando fa parlare terze persone virgolettando le loro affermazioni. Ma c’è un limite a tutto e chi realizza l’intervista non può aderire in modo acritico a tutto ciò che dichiara l’intervistato, autolimitandosi a fare da cassa di risonanza delle opinioni di quest’ultimo. E invece questo andazzo è sempre più diffuso e molte interviste sono più che altro il frutto di un accordo, neppure troppo nascosto, tra giornalista e intervistato, con reciproca convenienza: il primo fa uno scoop, il secondo si toglie qualche sassolino dalla scarpa oppure ottiene una ribalta mediatica che altrimenti, nella gerarchia delle notizie di un Paese civile dove vige il buon gusto, non otterrebbe mai e poi mai.

L’informazione perde ulteriormente credibilità quando mostra questo suo volto amorale o immorale e quando offende l’intelligenza e la dignità delle persone. Ormai è in crisi il concetto di mediazione. L’overdose dei canali informativi e le continue mediazioni operate dai vari media (anche i social network) producono fatalmente disinformazione. All’utente finale non arrivano le notizie allo stato puro, raccontate in modo fedele da chi le ha vissute e le descrive senza pre-comprensioni, bensì le interpretazioni dei fatti filtrate in modo fazioso e ideologico da giornalisti (o da semplici osservatori-opinionisti) che danno per scontata la conoscenza dei fatti e rinunciano ad ogni principio di obiettività. Chi legge i quotidiani cartacei, soprattutto quando ne legge solo uno, non è certamente in grado di formarsi un’opinione consapevole ed equilibrata, perché non ha appreso i fatti, bensì la lettura partigiana che di quegli eventi viene fornita da una testata quasi sempre schierata.

La riprova la si ha seguendo i talk show: ormai i cronisti occupano un’ala o l’altra dello studio televisivo, in base all’area politica, ideologica e culturale di appartenenza. Un’aberrazione che contraddice qualsiasi principio deontologico e che in qualunque professione porterebbe alla radiazione dall’Ordine. Esprimere opinioni non può essere impedito né ai giornalisti né ad alcun cittadino, ma spacciare le proprie opinioni per ricostruzioni obiettive della realtà è il peggior tradimento che il giornalismo possa fare al suo pubblico. Gli stessi fatti ricevono una ricostruzione opposta a seconda che vengano riportati su una testata riconducibile al centro-destra o al centro-sinistra. È legittimo che i fatti o le dichiarazioni vengano commentati con sfumature e chiavi interpretative diverse, ma a partire dalla loro illustrazione asettica. Invece in Italia sempre più spesso l’informazione deforma e non informa, manipola e strumentalizza, piega a fini di parte elementi della realtà che dovrebbero essere rappresentati al cittadino nella loro trasparenza, soprattutto dal servizio pubblico radiotelevisivo.

La superficialità regna sovrana e la saturazione degli spazi di attenzione, provocata dalla bulimia informativa, porta i fruitori delle notizie a non documentarsi e a prendere per riscontri oggettivi le rappresentazioni che della realtà vengono fatte da media palesemente orientati. Anche in questo caso, un esempio può far riflettere e risultare indicativo della degenerazione in atto. Ogni volta che il Papa pronuncia delle parole sui temi etici, i mezzi di informazione più laicisti le etichettano come prove di apertura, addirittura come “strappi” rispetto al magistero, per accreditare l’idea di una Chiesa che abiura o arretra rispetto ai principi cosiddetti “non negoziabili”. Nessun giornalista ha la pazienza di leggere per intero i discorsi del Sommo Pontefice o in pochi hanno sin qui avuto l’accortezza di approfondire i contenuti dell’ultima enciclica “Lumen fidei” che rilancia senza tentennamenti e senza cedimenti l’unicità della famiglia naturale e gli altri capisaldi del cristianesimo. Basta un titolo giornalistico fuorviante per insinuare il dubbio che nel messaggio ecclesiale si stiano aprendo delle falle. Eppure non è affatto così, ma in pochi, pochissimi lo intuiscono e lo percepiscono.

Per non parlare di certo giornalismo d’inchiesta, completamente asservito a consorterie di potere economico-finanziario e culturale, prima ancora che politico. Nell’essenza di un’inchiesta dovrebbe esserci la libera ricerca della verità al servizio dell’opinione pubblica e invece, nella logica deviata dell’informazione italiana, vi si rintracciano, spesso, i germi di un oltranzismo ideologico mirante a distruggere il nemico, sia esso la religione cattolica o un avversario politico o un rivale in gigantesche operazioni di potere rispetto alle quali gli editori impongono la sordina.

Tutte queste implicazioni deteriori di una finta libertà d’informazione i tanti lettori e telespettatori non sempre le colgono, ma esse scavano una voragine nel rapporto tra verità e persona e portano gran parte dei cittadini a formarsi un’opinione distorta della realtà, senza rendersene conto.