• IL BELLO DELLA LITURGIA

Trasfigurazione, "luce da luce" secondo Raffaello

La Trasfigurazione – o Metamorfosi – segna il culmine della vita pubblica di Cristo, il momento in cui, com’era già avvenuto nel Battesimo, Egli rivela la propria natura divina oltre che umana. L'opera di Raffaello Sanzio, l'ultima prima della sua morte, aggiunge una scena rispetto all'iconografia classica: la vicenda dell'ossesso indemoniato.

La trasfigurazione di Raffaello (part.)

Raffaello Sanzio, Trasfigurazione, Roma – Musei Vaticani

“Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo.” Lc 9, 35

 

Gli autori dei Vangeli sinottici sono tutti e tre concordi nel raccontare di quando Pietro, Giacomo e Giovanni salirono sul monte Tabor insieme a Gesù che, a un tratto, si mostrò loro avvolto da una luce sfolgorante, conversante con Mosè ed Elia apparsi accanto a Lui.

La Trasfigurazione – o Metamorfosi – segna il culmine della vita pubblica di Cristo, il momento in cui, com’era già avvenuto nel Battesimo, Egli rivela la propria natura divina oltre che umana. È annoverata tra le dodici grandi feste, le più importanti del calendario delle Chiese cristiane d’Oriente, dove comincia a diffondersi dal VI secolo: si dice, addirittura, che ogni iconografo, un tempo, intraprendesse il suo cammino artistico affrontando questo tema per imparare che l’icona non si dipinge tanto con i colori quanto con la luce che è rivelazione di Dio.

In Occidente la sua celebrazione si affermò dal IX secolo, complici i cluniacensi spagnoli. Fu solo nel 1456 che venne, però, ufficialmente codificata: papa Callisto III, in quell’anno, ne fissò la ricorrenza liturgica il 6 agosto, quaranta giorni esatti prima della festa dell’Esaltazione della Croce.

La luce, che in questo episodio gioca un ruolo fondamentale, ne rese complicata la diffusione in forme plastiche. Dal Medioevo in poi, invece, furono numerosi i pittori che vi si cimentarono, rappresentando la Trasfigurazione, l’apice della glorificazione di Cristo. Tra questi, Raffaello Sanzio fu il primo, e forse l’unico, che rispetto all’iconografia tradizionale aggiunse qualcosa di più, decidendo di raccontare in un solo dipinto anche il momento successivo riferito da Matteo, Marco e Luca: la vicenda dell’ossesso indemoniato.

L’opera, una tempera grassa su tavola, fu l’ultima fatica dell’Urbinate prima della precoce morte: “la più bella, la più celebrata, la più divina” dell’artista, a sentire il Vasari. Gli era stata commissionata alla fine del 1516 dal cardinale Giulio de’ Medici per la cattedrale di Narbonne, in Francia, dove per varie vicissitudini non arrivò mai. Ora spicca tra i capolavori custoditi nella Pinacoteca dei Musei Vaticani a Roma.

Osserviamo la scena, anzi, le scene. Tanto è ordinata e simmetrica la metà superiore della pala, quanto è movimentata e convulsa quella inferiore. Volendo seguire la cronologia dei fatti, occorre considerare, in primis, ciò che accade sul monte, luogo d’incontro per eccellenza tra l’uomo e Dio. Cristo lo sovrasta, librandosi a braccia aperte, come nella Crocefissione, sullo sfondo di nuvole bianche che rifrangono luce.

E’ la Trinità che si manifesta, i cui testimoni, qui, sono Elia, profeta per antonomasia, e Mosè che rappresenta la Legge e, quindi, quell’Alleanza che Gesù compie. Sono i tre discepoli che non riescono a sostenere la vista di cotanto splendore; tutti prostrati a terra, eccetto Pietro il cui adamantino temperamento lo sprona ad alzare lo sguardo.

Nel registro inferiore del dipinto, una folla concitata sulla destra presenta un indemoniato al cospetto dei nove apostoli rimasti. Questi ultimi non possono fare niente di fronte al male che opprime il giovane. Non ancora. Solo Gesù, una volta disceso dal monte, potrà guarirlo, a dimostrazione del fatto che nulla può l’uomo senza la luce illuminante di Cristo, presente in tutta la Sua umanità.

Con un uso sapiente del bianco, e dei bianchi, Raffaello interpreta qui la “luce da luce”: il suo Cristo è già pasquale, è già il Risorto, vincitore sul peccato, sul male e sulla morte.