• DISNEY LGBT

Topolino e Pippo? Non sono più (solo) amici dei bambini

Walt Disney è stato uno dei più grandi geni del Novecento. Tipo ideale del “sogno americano”, inscindibile dai ”valori” di una volta. Dopo la sua morte una potentissima multinazionale ha preso il suo posto. E oggi la Disney s.p.a. è in prima fila per prezzi e “aperture” al mondo Lgbt. 

Disney in versione arcobaleno

Walt Disney è stato uno dei più grandi geni del Novecento. Tipo ideale del “sogno americano”, anche lui cominciò in un sottoscala, da solo, senza un soldo, e armato solo di una matita e un foglio di carta. Le fiabe della grande cultura europea furono la sua ispirazione: Esopo, Fedro, Perrault, i fratelli Grimm. Il suo unico target, i bambini. 

Anche Hollywood dovette inchinarsi a lui e attribuire l’Oscar addirittura a un film di disegni, Biancaneve (e negli anni Trenta!). Perfino i grandi dittatori del ventesimo secolo lo adoravano: Mussolini, Hitler, Tito, che si facevano proiettare privatamente i suoi film, chi apertamente, chi di nascosto. Walt Disney, non è un segreto, era un conservatore, un «Dio, patria & famiglia» alla John Wayne tanto per intendersi, gente per cui il “sogno” americano era inscindibile dai ”valori” americani di una volta. Ma poi papà Disney è morto e una potentissima multinazionale ha preso il suo posto. Disney era “papà” perché, come si è detto, aveva indirizzato tutto il suo lavoro ai bambini. Questo, commercialmente, si traduceva in prezzi contenuti, appunto alla portata delle famiglie, e moralità assoluta di antico stampo puritano. 

Oggi, non è un mistero, la Disney s.p.a. è in prima fila per prezzi e “aperture” al mondo Lgbt, e speriamo che i suoi strateghi siano così furbi da non perdere, col target originario, sia questo che quello. Il fatto è che ci sono alcuni character di successo –anche internazionale- che devono tutto al fatto di non essersi allontanati dalla spirito dei padri fondatori. Per restare in Italia, pensiamo a Tex: il suo editore, Sergio Bonelli, era di simpatie bertinottiane, ma mai si sognò di adeguare il personaggio inventato dal padre Luigi alla sua personale visuale o alle mode via via politicamente corrette. Stessa cosa in casa Diabolik: creato da due sorelle radical-chic, si mantiene da sempre, ed esplicitamente, nello spirito originario. 

Invece la Disney ormai sembra solo inseguire il soldo, tanto da guadagnarsi le critiche di George Lukas, ideatore della saga di Guerre Stellari e venditore della stessa alla Disney. La quale gli ha mandato a dire di stare attento a come parla, perché i migliori avvocati del mondo possono ben ricordargli che, se ci teneva alla sua creatura, non doveva cederla. Se posso permettermi un aneddoto personale, anni fa anch’io ebbi a che fare con la Ditta. La Rizzoli andava pubblicando una collana sui grandi personaggi dei fumetti e ne affidava le prefazioni a Vip. Per esempio, la prefazione di Tex venne scritta dal sindacalista Sergio Cofferati. Io avrei preferito occuparmi di Batman, ma fu chiamata una scrittrice che, in quel momento, godeva di una certa fama e di cui non ricordo il nome. Così, a me toccò Pippo (Goofy, dell’universo disneyano) e solo perché ogni altro interpellato aveva declinato. Accettai, perché di fumetti mi intendevo. E, credendo di essere brillante e spiritoso, intitolai la mia prefazione “Pippo è un cane”. Nessun intento denigratorio, naturalmente: Topolino è un topo, Paperino è un papero, Orazio è un cavallo, Clarabella una mucca, Gambadilegno un gatto. 

Subito, però, gli emissari della Disney mandarono al mio editore un foglio in cui c’erano le direttive a cui dovevo obbligatoriamente attenermi. In esse c’era scritto, con molte alate parole, che Pippo non era un animale, ma un personaggio a sé stante, e vi confesso che non ho ancora capito che cosa intendessero dire. Era allora un essere umano? Boh. Purtroppo avevo già firmato il contratto e dovetti capitolare. Ma, tra l’indispettito e il divertito, titolai così la nuova prefazione: “Pippo non è un cane”. Non l’avessi mai fatto. Il foglio di istruzioni mi venne ribadito con maggior fermezza e il risultato fu la più banale prefazione che abbia scritto in vita mia. C’era una volta Walt Disney, l’uomo che, vivo lui, non permise mai che il business facesse aggio sulla fantasia al servizio dei bambini. Ci manca tanto.