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Terza Repubblica? No, il peggio della Prima

C'è una crescente litigiosità tra alleati di governo, che si azzuffano praticamente su tutto, che ricorda molto da vicino le difficili coalizioni di centrosinistra della Prima Repubblica, quando il compromesso su ogni argomento arrivava dopo estenuanti trattative e minacce. E il manuale Cencelli per la spartizione delle poltrone è più in auge che mai.

Ciriaco De Mita e Bettino Craxi

Le azioni di questo governo smontano ogni giorno la sua presunzione di essere diverso dai precedenti e avvalorano le assonanze con le esperienze peggiori della Prima Repubblica. E’ sempre più netta per i cittadini italiani la sensazione di assistere, non già all’alba della Terza Repubblica, bensì alla fase discendente della parabola del vecchio potere, che cerca di autoperpetuarsi con riti e procedure che tanto ricordano le alchimie del pentapartito di trent’anni fa.

Perfino il mito “giovanilista” sbandierato ai quattro venti fino a qualche mese fa dalle attuali forze di governo appare evaporare con le “investiture” di Lino Banfi per l’Unesco e Paolo Savona per la Consob, entrambi ultraottantenni, designati per ruoli molto diversi tra loro ma ugualmente autorevoli e delicati, rispetto ai quali sarebbe forse stato meglio dare segnali ben diversi alla comunità interna e internazionale.

Ma l’aspetto dell’età appare quasi irrilevante in rapporto alla crescente litigiosità tra i partner dell’esecutivo, che si azzuffano praticamente su tutto, mostrandosi entrambi alternativamente forze di lotta e di governo, sommando in sé i ruoli della maggioranza e dell’opposizione e governando insieme con un unico collante: la spartizione di posti di potere, senza un’idea comune di Paese.

E’ vero che numericamente, almeno in questa legislatura, non esiste una alternativa a Lega e Cinque Stelle, ma è altrettanto vero che nel Paese il sentimento sta cambiando e sempre nuovi mondi vitali, categorie produttive, imprenditori, lavoratori, sindacati, associazioni di categoria, intellettuali, professionisti di vari settori sembrano disillusi rispetto alle ricette messe in campo da questo governo.

E i parallelismi con gli esecutivi della Prima Repubblica si sprecano. Sembra di essere tornati ai governi di coalizione tra socialisti, democristiani e partitini (oggi mancano questi ultimi, ma eventuali scissioni potrebbero crearli), nei quali il compromesso su ogni provvedimento arrivava dopo estenuanti trattative e continue minacce di rotture. Rispetto ad oggi, però, almeno all’epoca le competenze erano più visibili e tangibili e i parlamentari dei due principali partiti di maggioranza non si boicottavano a vicenda nelle commissioni parlamentari su ogni singolo provvedimento. Inoltre c’era un nemico comune: l’opposizione rossa, il Partito comunista (dal 1991 Pds), che rappresentava comunque un polo alternativo pronto a prendere in mano il potere in caso di fallimento di chi governava. Mancavano, a differenza di oggi, i vincoli europei, per cui la figura attuale dell’Europa matrigna non aleggiava sulle politiche finanziarie del Paese.

Con le imprescindibili differenze legate alle due epoche storiche, se l’attuale premier Giuseppe Conte ricorda per tanti aspetti la flemma e lo spirito da pontiere dell’allora esponente democristiano Arnaldo Forlani, le liti tra l’ala dei Cinque Stelle più governativa, rappresentata da Luigi Di Maio, e quella più movimentista e di sinistra, incarnata dal Presidente della Camera, Roberto Fico, somigliano a quelle interne allo scudo crociato tra i dorotei che stavano al governo con i socialisti, e la corrente di Ciriaco De Mita della sinistra di base che remava contro e sognava un “compromesso storico” con i comunisti.

Sembra passato un secolo, ma la storia si ripete, sia pure con forme e modalità diverse. Simili, infatti, anche gli atteggiamenti nella gestione del potere: la Rai è rimasta lottizzata dalle forze di governo esattamente come allora; in tutte le altre nomine importanti (vedi Consob) il manuale Cencelli viene utilizzato con precisione svizzera anche oggi; l’ipocrisia di dichiarare una cosa e farne un’altra e i ripensamenti, anche sorprendenti, su questioni di fondamentale importanza per i propri elettori fanno parte del canovaccio anche degli attuali governanti, tanto quanto di quelli di allora.

L’evolversi della comunicazione mediatica, con l’avvento di internet, ha amplificato gli aspetti più spettacolaristici della propaganda politica, ma la sostanza è rimasta la stessa. Forse oggi gli attori politici vivono maggiormente per quella che vogliono sia la percezione di ciò che dicono, a prescindere dal fatto che nel concreto facciano poi ciò che dicono. Dall’ostentazione dell’arresto del terrorista Battisti all’esibizione della prima card per il reddito di cittadinanza, tutto viene mediatizzato, per lucrare immediatamente un vantaggio elettorale. Il calcolo prevale sul progetto, sempre e comunque. E il celebre contratto di governo Lega-Cinque Stelle sembra sempre più uno specchietto per le allodole, praticamente carta straccia. Esattamente come le promesse che socialisti e democristiani si facevano reciprocamente negli anni ottanta e poi disattendevano per convenienza.

Ma in quegli anni la selezione della classe politica, al netto di nepotismi e cooptazioni, seguiva quanto meno un cursus honorum e valorizzava competenza ed esperienza, che oggi danno quasi fastidio e vengono viste come disvalori da chi amministra la cosa pubblica. Se è questa la Terza Repubblica, nonostante tutto, non resta che rimpiangere la Prima.