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Terrorismo islamista in Africa, di Mali in peggio

La comunità internazionale non si decide a intervenire e nel nord del Mali si consolida la rete terroristica qaedista, legata ai gruppi che operano in Nigeria e Somalia. Nella regione c'è anche un'emergenza umanitaria: 150mila profughi, «arruolamento forzato di bambini, flagellazioni, amputazioni di arti, stupri, esecuzioni sommarie, lapidazioni».

Militanti islamisti in Mali

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha appena aggiunto un nuovo nome alla lista nera dei gruppi terroristici: si tratta del Mujao, Movimento per l’unicità e il Jihad in Africa Occidentale, formato nel 2011 da estremisti islamici del Mali e di altri paesi. Il Consiglio di sicurezza ha motivato la propria decisione spiegando che i terroristi Mujao operano in diversi stati del Sahel, in collaborazione con altri gruppi, dediti ad attività quali i rapimenti di stranieri a scopo di ricatto – sono 13 attualmente gli ostaggi nelle loro mani, inclusi sette diplomatici algerini –  e il traffico intercontinentale di droga, prodotta in Sudamerica e destinata ai mercati europei.

Il Mujao è uno dei tre gruppi islamisti che da mesi controllano il nord del Mali, insediati nelle tre città principali: Gao, Timbuctu e Kidal. Gli altri due sono Al Qaeda nel Maghreb islamico, gruppo algerino nato come Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento e ora operativo in tutto il Sahel, e Ansar al Din, composto in prevalenza da tuareg così come l’Mnla, Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad, la milizia armata che a gennaio per prima ha sfidato il governo di Bamako proclamando la secessione dei territori settentrionali le cui popolazioni patiscono da decenni la supremazia politica delle etnie del sud.

A differenza dell’Mnla, gli islamisti non vogliono però l’indipendenza del nord, bensì l’adozione in tutto il paese della shari’a, la legge coranica. Grazie anche all’aiuto di terroristi membri di altri gruppi islamisti – dal nigeriano Boko Haram al somalo al Shaabab – in poco tempo le tre formazioni hanno avuto quasi dappertutto la meglio sull’Mnla né hanno dovuto temere la reazione dell’esercito maliano perché nel frattempo, a marzo, un colpo di stato militare aveva rovesciato il governo. La giunta militare che ha preso il potere ha infatti sospeso le operazioni militari al nord, peraltro fino ad allora del tutto infruttuose, concentrandosi sul controllo delle istituzioni politiche, cedute in seguito su pressione internazionale a un governo e a un capo di stato civili a cui è stata affidata la transizione.

Da mesi, dunque, il nord del Mali è privo di governo, alla mercé delle milizie che se ne contendono il territorio. Le conseguenze sul piano umano sono come è facile immaginare devastanti. Quasi 150.000 sfollati e profughi dipendono dalla carità internazionale – l’Unione Europea da sola provvede con 101 milioni di euro – e l’intera popolazione subisce violenze e privazioni senza scampo. “Il quotidiano della popolazione maliana nelle zone occupate è ben noto a tutti – ha detto il 5 dicembre il Ministro maliano per l’integrazione africana e i maliani residenti all’estero, Traore Rokiatou Guikine, sollecitando durante una riunione del Consiglio di sicurezza un intervento militare esterno di cui si discute da mesi – è fatto di arruolamento forzato di bambini, flagellazioni, amputazioni di arti, esecuzioni sommarie, stupri, lapidazioni e distruzione di siti storici e patrimonio culturale”.

Sono parole che dovrebbero bastare a spiegare l’urgenza di affiancare l’inadeguato esercito maliano e intervenire militarmente: ogni giorno che passa costa nuove vite e sofferenze. Si tratterebbe di inviare un contingente composto da 3.300 soldati – diversi stati africani già hanno garantito il loro contributo – coordinato dall’organismo regionale africano Ecowas: una missione approvata dall’Unione Africana, finanziata dalle Nazioni Unite e dotata del sostegno logistico offerto da alcuni paesi occidentali. Tuttavia sia in Mali che in Africa e soprattutto all’ONU i pareri sono discordanti e lo stesso Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, dopo aver caldeggiato l’iniziativa ha poi espresso dubbi sulla fattibilità e l’utilità di un’operazione militare: per dirla con le parole del presidente del Chad, Idriss Déby, durante una recente visita ufficiale a Parigi, in merito all’intervento “nella comunità internazionale la confusione è totale”.

In attesa di una decisione che quasi tutti i paesi confinanti con il Mali caldeggiano, temendo soprattutto gli effetti del consolidamento delle reti terroristiche nella regione, la diplomazia internazionale continua intanto il lavoro già iniziato, ma che per ora ha ottenuto soltanto qualche abbozzo di dialogo da parte dell’Mnla e di Ansar al Din.

“Ogni passo indietro di fronte alla necessità di dispiegare con urgenza una forza internazionale per combattere il terrorismo nel nord del Mali – ha detto il presidente dell’Unione Africana Boni Yayi, invitando il Consiglio di sicurezza ad approvare la missione – sarà interpretato da chi opera in quella regione come un gesto di debolezza”.

Una vera doccia fredda è arrivata dall’inviato speciale dell’ONU nel Sahel, l’italiano Romano Prodi, secondo il quale comunque “un’azione militare non sarà possibile prima di settembre 2013”.