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Summit Trump-Kim, la sostanza oltre le belle foto

Passata l’emozione per il momento storico della prima storica stretta di mano, a Singapore, fra un presidente americano e un dittatore della Corea del Nord, fra Donald Trump e Kim Jong-un, ci si interroga sugli effetti reali di questo accordo stipulato da entrambe le parti. Una prima ricaduta pratica c’è già: stop alle esercitazioni Usa-Corea.

La bandiera dell'unità coreana

Passata l’emozione per il momento storico della prima storica stretta di mano, a Singapore, fra un presidente americano e un dittatore della Corea del Nord, fra Donald Trump e Kim Jong-un, ci si interroga sugli effetti reali di questo accordo stipulato da entrambe le parti. Una prima ricaduta pratica c’è già: sono state cancellate le prossime manovre congiunte di Usa e Corea del Nord. E Trump, che le aveva sempre difese, adesso invece le definisce “provocatorie” nei confronti del regime di Pyongyang. Le sanzioni economiche, invece, restano almeno per ora. Dalla settimana prossima si inizierà a discutere della parte pratica dell’accordo, al di là delle buone intenzioni e dichiarazioni di intenti: saranno il segretario di Stato Mike Pompeo e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton a dialogare con gli alti funzionari del regime comunista coreano.

Innanzitutto queste sono le parti salienti dell’accordo firmato da Trump e Kim:

1. Gli Stati Uniti e la Repubblica democratica popolare di Corea si impegnano a stabilire nuove relazioni conformemente al desiderio di pace e prosperità dei popoli dei due Paesi.

2. Gli Stati Uniti e la Repubblica democratica popolare di Corea uniranno i loro sforzi per costruire un regime di pace stabile e duraturo nella penisola coreana.

3. Riaffermando la dichiarazione di Panmunjom del 27 aprile 2018, la RPDC si impegna ad adoperarsi per una completa denuclearizzazione della penisola coreana.

4. Gli Stati Uniti e la RPDC si impegnano a recuperare i prigionieri di guerra, compreso l’immediato rimpatrio delle persone già identificate.

Dopo aver riconosciuto che il vertice USA-RPDC - il primo nella storia - è stato un evento epocale di grande significato e che ha superato decenni di tensioni e ostilità tra i due paesi e per l’apertura di un nuovo futuro, il presidente Trump e il presidente Kim Jong-un si impegnano a dare piena e rapida attuazione alle disposizioni contenute in questa dichiarazione congiunta. Gli Stati Uniti e la RPDC si impegnano a condurre quanto prima negoziati di prosecuzione sotto la guida del Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, e di un funzionario di alto livello competente della RPDC, al fine di attuare i risultati del vertice Usa-Repubblica democratica popolare di Corea.

La cancellazione delle prossime esercitazioni congiunte è, appunto, il primo segno di buona volontà mostrato da parte di Trump. Da parte di Kim, dopo la distruzione del sito usato per i test nucleari si attende ora qualche altro segnale tangibile nei prossimi giorni, prima di iniziare il dialogo sui dettagli. Tuttavia gli ufficiali statunitensi in Corea del Sud sono rimasti abbastanza sconcertati dalla prima concessione del presidente. Perché non ne erano stati informati. Una portavoce del Pentagono, comunque, ha ieri rassicurato il governo di Seul che l’impegno statunitense per la sicurezza del paese asiatico resta “solido come l’acciaio”.

Le reazioni in patria sono miste, anche se prevale l’opinione generalmente positiva per un incontro storico, non mancano le critiche. La National Review, punto di riferimento dell’intellighenzia conservatrice si sta distinguendo come la testata più critica in assoluto, in campo repubblicano, sia prima che dopo il summit di Singapore. “La Corea del Nord ha promesso esattamente le stesse cose, con ancora maggiori dettagli, nel passato recente – scriveva ieri Jonah Goldberg nel suo editoriale – L’attuale carta dell’accordo che Trump e Kim hanno firmato non è semplicemente priva di valore in sé, ma è meno che priva di valore, dato che non fa altro che riciclare letteralmente promesse prive di valore, così come lo sono le nuove”. Insomma, della Corea del Nord non ci si può e non ci si deve fidare. E nell’elenco di coloro che non possono essere felici di questo accordo, Goldberg inserisce anche tutti coloro per i quali “i diritti umani hanno un valore”. Effettivamente, di diritti umani, dei gulag nordcoreani, delle esecuzioni di massa, degli orrori di un regime stalinista, nei colloqui non si è mai parlato.

Paul Ryan, capogruppo repubblicano alla Camera è invece tendenzialmente soddisfatto dell’esito del summit. “Per decenni, la politica americana nei confronti della Corea del Nord è fallita e io mi complimento con il presidente per non aver accettato lo status quo. Ora che i negoziati avanzano, c’è un solo esito accettabile: una denuclearizzazione completa, verificabile, irreversibili”. Ma… “Dobbiamo sempre aver chiaro in mente che stiamo trattando con un regime brutale, con alle spalle una lunga storia di dissimulazione. Solo il tempo ci dirà se la Corea del Nord stavolta fa sul serio e nel frattempo noi dobbiamo continuare a esercitare il massimo della pressione economica”.

Dai banchi dell’opposizione, il capogruppo democratico al Senato, Chuck Schumer, contesta la vaghezza dei termini dell’accordo firmato da Trump. L’ex sottosegretario di Stato che si era occupato della Corea del Nord nell’amministrazione Obama, Tony Blinken, rimprovera il presidente perché “Kim Jong-un ha ottenuto praticamente tutto quello che voleva. E in cambio di cosa? Un pezzo di carta che lo impegna veramente poco, sicuramente ancor meno dettagliato degli impegni che aveva preso in passato”. Che non aveva rispettato. David Axelrod, stratega delle vittoriose campagne di Obama, ritiene più moderatamente che il summit di Singapore “per ora è solo un grande spettacolo televisivo”. Dunque, “non è stata una fine delle ostilità. Sarà privo di significato finché non produrrà risultati tangibili e verificabili da parte della Corea del Nord”. Rispetto alla lite sull’accordo con l’Iran, insomma, repubblicani e democratici giocano a “falchi” e “colombe” come sempre, ma a parti invertite: con i primi entusiasti e i secondi scettici nei confronti della dittatura con cui si è accettato il compromesso.

Speranza e ottimismo da parte della Chiesa, invece. Per il nunzio apostolico in Corea del Sud e Mongolia, Alfred Xuereb, il summit di Singapore “segna l’inizio di un percorso ancora lungo e difficile, ma abbiamo speranza perché questo inizio è stato molto positivo, molto buono”. “Quando ho appreso la notizia che c’era stato un accordo significativo fra i due presidenti nel loro primo incontro, ho ringraziato Dio per aver ricordato le nostre preghiere per la riconciliazione e l’unione del popolo coreano – ha commentato nella sua omelia di ieri il cardinale Andrew Yeom Soo-jung, di Seul – Io sinceramente spero che l’accordo possa essere prontamente messo in pratica, non solo per il bene comune del popolo coreano, ma di quello di tutti i popoli del mondo”.