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Sud Sudan: le armi tacciono. E dopo la guerra si torna a casa

Dopo cinque anni di violentissima guerra civile, nel Sud Sudan i due contendenti, Kiir e Machar, hanno firmato un accordo che potrebbe porre fine al conflitto, spartendosi cariche e posti di potere per sé e per le loro etnie (Dinka e Nuer). I due milioni di rifugiati sud sudanesi possono tornare.

Rifugiati sud sudanesi in Uganda

Il 6 agosto, dopo settimane di incertezza, il presidente del Sudan del Sud, il Dinka Salva Kiir, e il Nuer Riek Machar, suo ex vice dal 2013 leader delle forze antigovernative, hanno firmato l’accordo di governo che dovrebbe mettere fine a cinque anni di guerra. I due leader, dopo mesi di pressioni internazionali, hanno convenuto di condividere il potere, spartendosi cariche politiche e amministrative.

Kiir ha già concesso l’amnistia al rivale e a tutti i ribelli consentendo a quelli espatriati di rientrare nel paese senza incorrere in sanzioni. Di fatto, al costo di immense sofferenze, milioni di profughi, violenze disumane (torture, massacri, stupri, persino casi di cannibalismo forzato), la totale paralisi del paese, per cinque anni senza scuole, lavoro, istituzioni, si torna alla situazione originaria, all’equilibrio di rapporti concordato nel 2011. L’accordo preliminare raggiunto il 26 luglio conferma infatti Salva Kiir alla presidenza, reintegra  Riek Machar alla vicepresidenza, affiancato da altri quattro vicepresidenti, assegna 20 ministri su 35 a Kiir e quindi ai Dinka, nove a Machar, e ai suoi Nuer, e sei alla coalizione di partiti dell’opposizione.

“La pace. Allora vuol dire che potremo tornare a casa”. La notizia si è diffusa rapida tra i due milioni di sud sudanesi rifugiati. “Vogliamo ricostruire il nostro paese – è stato il primo commento di Obieny Deng Agok, un insegnante fuggito in Uganda nel 2015, intervistato dalla Bbc – anche se tutto è andato perduto, il Sudan del Sud può ancora diventare una della più grandi nazioni del mondo”. 

È vero. Quando il 9 luglio 2011 è nato il Sudan del Sud, libero finalmente dal giogo del Sudan dopo un conflitto civile durato mezzo secolo, c’erano tutte le premesse perché, benché in macerie e quasi del tutto privo di servizi e di infrastrutture, in pochi anni il paese diventasse uno dei più prosperi del continente africano: 13 milioni di abitanti soltanto, età media18,6 anni, oltre la metà in età lavorativa, immensi giacimenti di petrolio, impianti per l’estrazione del greggio già in funzione e una pioggia di capitali stranieri disponibili per la ricostruzione, a titolo di dono o di prestito ai tassi estremamente agevolati previsti dalla cooperazione internazionale allo sviluppo. Ma bisognava che la leadership politica e militare resistesse alla tentazione di approfittare della situazione. Bisognava che Dinka e Nuer, le due etnie più numerose e più potenti, governassero senza escludere del tutto le altre etnie e senza mirare a prendere il sopravvento una sull’altra. Dovevano inoltre combattere la corruzione, contrastare e sanzionare le pratiche di malgoverno. Non l’hanno fatto.

Due anni dopo, nell’estate del 2013, è scoppiato ai vertici dello stato uno scontro per il controllo dell’apparato statale e delle risorse a cui per suo tramite è possibile accedere. Lo scontro si è subito esteso alle forze armate e in pochi mesi ha coinvolto la popolazione civile, dividendola e contrapponendola secondo le tradizionali appartenenze tribali.

La guerra ha prodotto circa due milioni di sfollati e altrettanti rifugiati, concentrati negli stati vicini, soprattutto in Uganda:il miglior paese al mondo in cui cercare rifugio, secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, perché non c’è ostilità nei confronti dei profughi e perché lo stato concede a ognuno di loro un pezzo di terra da coltivare e su cui costruire una casa. Ma l’Acnur ha dovuto ricredersi. Ricevuti terra, qualche attrezzo e le prime razioni di cibo, di solito i rifugiati si devono aggiustare e la popolazione autoctona non è sempre così accogliente e generosa come è stata descritta. Inoltre quel che l’Uganda offre ai rifugiati, non solo quelli sud sudanesi, dipende dai fondi forniti dalla cooperazione internazionale, a loro volta stanziati in funzione del numero delle persone da assistere e delle loro esigenze. Lo scorso febbraio si è scoperto che in Uganda  il numero dei rifugiati era stato notevolmente gonfiato e una successiva indagine avviata dall’Onu ha rivelato sprechi, frodi, ammanchi. Per fare un esempio, si è accertato che un campo profughi vicino alla capitale Kampala ospitava 7.000 rifugiati mentre ne erano stati dichiarati 26.000. Stati Uniti, Unione Europea e Gran Bretagna, che forniscono l’87% dei fondi Acnur, hanno minacciato di sospendere i finanziamenti e pretendono da allora rendiconti e verifiche più accurati.

Sarà per questo che il presidente ugandese Yoweri Museveni, appena informato dell’accordo raggiunto, ha sollecitato un rapido ritorno a casa dei rifugiati sud sudanesi. “Speriamo – ha detto il 9 agosto – che con l’aiuto delle Nazioni Unite per quel che riguarda il cibo e i bisogni essenziali i rifugiati possano tornare a casa entro gennaio così da poter approfittare della stagione delle piogge per coltivare qualcosa”.

Ma il ritorno a casa forse non è così vicino. Prima occorre verificare quanti dei gruppi armati, formatisi nel corso degli anni, intendono effettivamente deporre le armi. Inoltre la ferocia del conflitto lascia ferite profonde nella popolazione: centinaia di migliaia di persone che hanno perso dei famigliari nel modo più atroce, che hanno subito e inflitto violenze e umiliazioni devono riconciliarsi in un contesto che ha visto esasperarsi ostilità, disprezzo e diffidenza, i sentimenti su cui si costruisce la conflittualità tribale.

Soprattutto, di nuovo, tutto dipende dalla volontà di Kiir e Machar, dei loro ministri, dei loro parlamentari e dei loro amministratori, di governare insieme, senza cedere al tribalismo e alla corruzione. A questo proposito gli osservatori nutrono forte preoccupazione.