• LA SALVEZZA IGNORATA

Strage Copti: “Difendiamo la Croce, perciò perdoniamo”

L’Occidente censura la strage copta, aspirando ad una tranquillità menzognera che tenga a bada lo straniero. In realtà la falsa bontà, priva di giustizia, non fa che alimentare il razzismo e la paura. Se davvero si volesse pace si parlarebbe dei copti che hanno chiesto la punizione dei responsabili e nello stesso tempo hanno parlato di perdono.

Continua la schizofrenia autolesionista di un Occidente che si autoincolpa di razzismo e di intolleranza verso le nuove popolazioni che arrivano in Europa a frotte, e quindi incontrollate, mentre in Medio Oriente quelle stesse popolazioni si macchiano di delitti assai ben maggiori di un’espressione di odio. Ma questa ideologia è persino consapevolmente ipocrita, perché mentre il video del giovane pakistano insultato da un italiano fa il giro dei grandi media, lo spazio dedicato alle folle islamiste pakistane che non solo insultano, ma mettono a ferro e fuoco il loro paese chiedendo l’impiccagione di Asia Bibi, la cristiana dichiarata innocente dalla Corte Suprema del paese (dopo quasi dieci anni di isolamento in carcere per aver parlato di Gesù come del suo Salvatore) ma ancora detenuta per colpa dei fondamentalisti, come già sottolineato nell’editoriale di ieri, è praticamente inesistente. 

E che dire dei sei cristiani copti e dell’anglicano uccisi in Egitto il 2 novembre mentre si recavano in pellegrinaggio al monastero di San Samuele il Confessore, a sud del Cairo, a cui si è dedicato appena qualche titolo? Nemmeno a loro, pur inseriti nella lista dei candidati al Nobel per la pace del 2018, si è voluto guardare. Ché si sa, la maggior parte degli immigrati viene proprio dall’Africa, per cui si preferisce non smascherare il pericolo della mentalità buonista del “noi siamo così bravi da accogliere tutti”. E non importa se poi questi stranieri a cui apriamo casa, nella maggior parte dei casi, proviene da una mentalità violenta. Non importa se alcuni di loro odiano la nostra civiltà o se per loro stuprare una donna o bruciare un cristiano apostata è normale. Anzi, meglio lasciargli costruire le loro moschee così da tenerli buoni, mentre la paura e quindi il razzismo aumentano.

Perciò, oltre ad avere un’origine economica, per cui da sempre gli affari con i paesi arabi fanno tacere i leader politici, questo atteggiamento è anche indice di una grande miopia, per non dire stupidità. Perché storicamente l’Islam ha sempre tollerato le altre religioni finché era la minoranza, ma non appena acquistava potere anziché fermarsi tendeva ad imporsi. A differenza del cristianesimo, che non ha un disegno di espansione poltico (sebbene spesso i suoi leader la pensino così occupandosi di patti e compromessi), ma si preoccupa solo di annunciare la verità. Senza domandare a nessuno di sposarla, ma solo di rispettarla per il bene di tutti i popoli.

È proprio qui la soluzione alla tanto agognata pace sociale a cui l’Occidente aspira, ma che perseguita in maniera ideologica (non tenendo conto delle differenze della realtà) si trasforma nel suo opposto. La risposta a questo desiderio, che c’entra poco con la tranquillità borghese, si trova infatti guardando ai martiri cristiani del Medio Oriente, che a volte persino i musulmani riconoscono come il seme di speranza per la loro terra. È parlando di loro, prendendoli ad esempio, che la mentalità altruista (diversa dalla tolleranza) si diffonderebbe.

Basti vedere come hanno risposto a questa ultima ed ennesima strage rivendicata dall’Isis, per altro avvenuta nello stesso luogo in cui ne avvenne un'altra l'anno scorso dimostrando che la fede dei pellegrini è maggiore del timore, per cui i leader cristiani avevano chiesto misure di sicurezza mai attuate dal governo: non solo i parenti delle vittime e tutti i fedeli, pur sottolineando la sordità delle autorità, non hanno espresso quell’odio che appare sulle facce degli occidentali ad ogni tragedia che implichi il governo, ma hanno perdonato ancora una volta.

Qui le parole della folla che onorava le bare dei suoi martiri dopo i funerali: «Con le nostre anime, con il nostro sangue, difenderemo la Croce!». Ciò non significa, appunto, che i cristiani dimenticano la giustizia, perché sanno che senza di essa la pace non esiste. Per cui il vescovo di Minya ha dichiarato che «non dimenticheremo la promessa degli ufficiali, incluso il presidente della Repubblica, che i criminali saranno puniti». Nello stesso tempo i copti hanno parlato di perdono, dimostrando che per loro la Croce, il sacrificio, non è una favola o qualcosa da evitare se il Dio dell’Amore ti domanda di portarla con Lui: «Cosa vogliono i terroristi? Vogliono che odiamo i musulmani?», ha detto un fedele di nome Michael fuori dalla chiesa, spiegando di aver perso un suo vicino. A fianco a lui una donna, piangeva dicendo: «Era il miglior bambino…non lo vedrò mai più». Eppure, Rad Noseer Mitri, sacerdote presso la Mar Girgis Church, dove il 9 aprile 2017 i terroristi islamici uccisero 44 persone ferendone 100, ha dichiarato a Reuters rivolgendosi agli assassini: «Vorremmo dir loro che li amiamo ancora nonostante quanto hanno fatto. Ma abbiamo una domanda: perché ci fate questo?…serviamo la nostra Chiesa e la nazione in completa onestà. Non abbiamo ruoli nel terrorismo…abbiamo un ruolo solo nel servizio alla nostra Chiesa e alla società».

È unicamente questa posizione, che nasce dall’incontro con Cristo, e che ha fatto fiorire la civiltà europea nella sua coesione e tensione al bene comune, a generare pace. Un invito, senza costrizioni, a guardare il crocifisso come fonte di vita, amore e sacrificio per il mondo e la società, da cui nasce la capacità di una continua ripresa nel perdono del colpevole e nello stesso tempo la richiesta che giustizia sia fatta, affinché l'errore sia condannato e la pace sia duratura. Al contrario l’Occidente ateo, al di là delle "belle" parole, si è fatto feroce e incapace di perdonare il colpevole ma avendone così terrore che, anziché combattere per la giustizia, sceglie la scappatoia del compromesso con l'errore, che gli regala una parvenza di tranquillità estremamente precaria.