• MADAGASCAR

Stato inefficiente? E io non pago le tasse

Clamoroso gesto degli imprenditori del Madagascar: le tasse in scadenza a giugno vengono depositate su un conto privato e lì rimarranno finché i politici non avranno dimostrato di saper dare al paese un governo legittimo ed efficiente. 

Il presidente uscente Rajoelina

Congelare il pagamento delle tasse finché i soldi versati allo stato non saranno amministrati bene. Succede in Madagascar, la grande isola africana nell’oceano Indiano da quattro anni in balia di un governo illegittimo, instaurato con un colpo di stato. Tutto è incominciato il 17 marzo del 2009 quando il sindaco della capitale Antananarivo, Andry Rajoelina, ha destituito con il sostegno dell’esercito il presidente Marc Ravalomanana costringendolo all’esilio. Da allora la nuova leadership, che pure aveva giustificato il golpe con la necessità di porre rimedio al malgoverno e alla corruzione dilagante, si è solo preoccupata di conservare il potere e trarne vantaggio, ignorando i crescenti problemi della popolazione. A peggiorare la situazione si è aggiunta l’ovvia decisione della cooperazione internazionale di sospendere programmi di sviluppo, prestiti e aiuti al governo malgascio, salvo quelli umanitari.

Finalmente, nelle scorse settimane, la soluzione della crisi politica sembrava vicina. Una road map, discussa e ridiscussa, faticosamente elaborata grazie alla mediazione internazionale e pilotata dalla Sadc, la Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale, prevedeva come primo passo lo svolgimento di elezioni presidenziali il prossimo 24 luglio, con l’impegno solenne sia di Rajoelina che di Ravalomanana a non candidarsi. Ma invece Rajoelina è venuto meno alla promessa, presentando la propria candidatura appena pochi minuti prima della scadenza dei termini. Quanto a Ravalomanana, al suo posto si è presentata la moglie Lalao. Come se non bastasse, si è fatto avanti anche Didier Ratsirika, il dittatore che, sconfitto da Ravalomanana alle elezioni del 2001, aveva scatenato una guerra civile devastando il paese per mesi, finché la decisione della Francia e di altri paesi di bloccargli i conti correnti all’estero non lo avevano costretto a cedere. Ratsirika è stato inoltre condannato nel 2003 a dieci anni di lavori forzati per aver rubato circa otto milioni di dollari dalla Banca centrale poco prima di fuggire all’estero e perciò vive in esilio: il che, come nel caso di Lalao, basterebbe a respingerne la candidatura dato che la legge elettorale esclude chi non risiede nel paese almeno da sei mesi prima del voto.

Vane sono risultate le proteste di Nazioni Unite, Unione Africana, Unione Europea e Sadc. La Corte elettorale speciale malgascia ha infatti convalidato le tre candidature. Unione Africana, Stati Uniti e Francia hanno dichiarato che non riconosceranno l’esito elettorale se i tre candidati non si ritireranno e, cosa praticamente scontata, sarà uno di loro a vincere. I donatori internazionali hanno inoltre deciso di sospendere il finanziamento del voto. Quasi certamente le elezioni saranno quindi rimandate a data da destinarsi.

È in questo contesto che è giunta la decisione del Raggruppamento delle imprese malgascie, Gem, la più importante organizzazione di aziende private locali, di sospendere in segno di protesta il pagamento dell’imposta sul valore aggiunto in scadenza il 15 giugno. Un lancio d’agenzia MISNA del 21 giugno riporta le dichiarazioni di Noro Andriamamonjiarison, presidente del Gem: “In quattro anni di crisi ci sono 300.000 nuovi disoccupati nel settore formale e i tre quarti della popolazione vivono ormai sotto la soglia di povertà. Non sappiamo più chi è lo stato. Non riconosciamo più le autorità politiche e quindi non siamo più disposti a pagare tasse a un non meglio identificato governo che non sappiamo come impiegherà i nostri soldi”.

Gli imprenditori hanno aperto un conto in una banca privata e vi hanno versato le tasse: “Non è un furto né un'appropriazione indebita di fondi pubblici – sostengono gli industriali – ma un atto simbolico per mettere al sicuro i soldi dei contribuenti. Qui si rischia una nuova esplosione sociale”. Al di là del valore simbolico, l’iniziativa ha ripercussioni gravi sulle finanze dello stato dal momento che le imposte pagate dal settore privato, insieme agli aiuti internazionali, sono essenziali al funzionamento dell’apparato statale.

Un esempio drammatico di quanto gli imprenditori abbiano ragione: da marzo sciami di cavallette hanno invaso il paese. Già oltre metà del territorio nazionale ne è infestato ed entro settembre lo saranno i due terzi. I danni sono incalcolabili. Si stima che almeno il 60% dei raccolti di riso, l’alimentazione base della popolazione, andranno perduti. Oltre a dichiarare lo stato di calamità su tutto il territorio nazionale, il governo in pratica non ha fatto altro.