• PENSIERO DEBOLE

Siria, l'insostenibile insicurezza di Obama

Un discorso poco convincente, un Congresso diviso. Il bilancio della politica interventista di Barack Obama in Siria è già una sconfitta. Che denota una grande debolezza del presidente del "cambiamento".

Barack Obama

Barack Obama, considerato l’uomo del grande cambiamento sin dal primo giorno della sua prima campagna elettorale di cinque anni fa, sta dando un’altra dimostrazione di estrema insicurezza. Il discorso sulla Siria, tenuto di fronte alla nazione, lo scorso martedì sera, è privo di argomenti solidi e non ha convinto il Congresso.

Obama fu pronto, nel 2009, a cercare di sdoganare moralmente e politicamente il regime di Bashar al Assad. Dopo un lungo gelo, iniziato con Clinton e proseguito da Bush, il presidente democratico voleva riallacciare relazioni diplomatiche, inviare un ambasciatore a Damasco e parlare con il dittatore da partner e non da nemico. Il suo cambiamento di atteggiamento, con l’improvviso schieramento al fianco dei ribelli anti-Assad, non è mai stato sufficientemente argomentato o giustificato. L’idea di un intervento armato, escluso sino a questa estate, segna un altro cambiamento repentino e privo di solidi argomenti. Può spiegarsi con l’avversione del presidente all’uso di armi di distruzione di massa. Tuttavia non si comprende la fretta con cui Obama stia giungendo alla conclusione che sia stato Assad a usarle, quando un rapporto dell’Onu sarà pronto solo la settimana prossima (come minimo) e le fonti che finora sono a disposizione affermano tutto e il contrario di tutto.

Obama, nel suo discorso televisivo, afferma: «La situazione è drasticamente cambiata il 21 agosto, quando il regime di Assad ha gassato a morte oltre mille persone, inclusi centinaia di bambini. Le immagini del massacro sono avvilenti. Uomini, donne, bambini ammassati per terra, uccisi dai gas velenosi». Primo: non si conosce ancora con certezza il numero di morti. I rapporti delle intelligence occidentali, dei ribelli e dell’Onu spaziano dalle poche centinaia di vittime alle oltre 1500. Secondo: non è mai stata verificata, in modo indipendente, l’autenticità delle immagini di cui Obama parla, trasmesse da Tv satellitari arabe. Terzo, la testimonianza del giornalista Domenico Quirico, di un altro ostaggio belga appena liberato e un reportage di due noti giornalisti (di cui uno è il corrispondente dell’Ap ad Amman) inducono a dubitare che a usare le armi chimiche sia stato il regime di Assad. La realtà non è ancora emersa. Resta da chiedersi il perché, Obama, in un discorso alla nazione, dia per scontata la sua versione dei fatti. Se questa è l’unica causa di un possibile intervento (e il presidente non ne cita altre), appare ancora più debole rispetto alla dubbia tesi sulle armi chimiche di Saddam Hussein, che George W. Bush denunciò nel 2003 quale motivo fondamentale per il suo intervento in Iraq.

Obama, dando per scontato l’uso di armi chimiche da parte di Assad, si addentra in un altro argomento da “piano inclinato”: se non si ferma l’uso delle armi di distruzione di massa ora, in futuro sarà più difficile fermare l’atomica iraniana. «La mancata opposizione all’uso delle armi chimiche – dice nel suo discorso – indebolirebbe il divieto contro altre armi di distruzione di massa e rafforzerebbe l’alleato di Assad, l’Iran, che ora deve decidere se ignorare la legge internazionale, costruendo armi nucleari, o imboccare una via più pacifica». Tuttavia, per onestà intellettuale, si deve ricordare che, se il regime iraniano è ora a un passo dall’atomica, lo si deve proprio alla politica di Obama. Perché è stato questo presidente a volere un dialogo ad oltranza e senza precondizioni con il regime dell’ayatollah Khamenei. A questo punto della partita con l’Iran, un intervento americano in Siria, potrebbe addirittura spingere Teheran ad accelerare il suo percorso verso l’atomica, non a frenarlo: possedere l’arma totale nucleare è pur sempre una garanzia di sopravvivenza militare.

D’altro canto, Obama sottovaluta il pericolo delle milizie di Al Nusrah che lottano, in Siria, contro Assad. E Al Nusrah è dichiaratamente affiliata ad Al Qaeda. Citata solo di striscio dal presidente, viene da lui considerata solo come una “minoranza”, mentre «La stragrande maggioranza del popolo siriano vuole la pace». Nessuno lo dubita: ma chi comanderà dopo la caduta di Assad? Nessuna risposta.

Il discorso del presidente tradisce una forte insicurezza anche sotto un altro punto di vista: la stessa minaccia di intervento è limitata da vincoli di tempo ed estensione. «Io non condurrò un’azione di guerra aperta, come in Iraq o in Afghanistan. E non ordinerò una campagna aerea prolungata, come in Libia o in Kosovo». Quindi: tranquillo Assad, anche se parto all’attacco, sai già che non farò sul serio. Finora non si è mai visto un comandante in capo lanciare un simile messaggio a un futuro, potenziale, nemico.

Non si capisce quali obiettivi si vogliano raggiungere con un’azione armata che non mira a un cambio di regime, né alla distruzione del potenziale militare avversario, né al ritiro del nemico da un determinato territorio. La posizione è così confusa anche perché il presidente è debole anche nei … numeri.

Il suo discorso, evidentemente, non ha convinto i membri del Congresso, che dovrebbero votare un possibile intervento. A giudicare dalle intenzioni di voto espresse sino all’11 settembre, vediamo che alla Camera, Obama otterrebbe l’appoggio di appena 26 deputati, mentre 255 sono dichiaratamente contrari. La maggioranza assoluta è già per il “no”. In Senato (a guida democratica) va solo un po’ meglio: 40 sono a favore, 26 contrari e gli altri indecisi. Ma occorre una maggioranza di almeno 51 voti per avere luce verde. Questi numeri spiegano, da soli, perché Obama abbia deciso di rimandare il voto del potere legislativo americano e di “ridare spazio alla diplomazia”, dopo averla marginalizzata per tre settimane. Ora Obama affiderebbe di nuovo alla Russia (con alla sua proposta sulle ispezioni internazionali in Siria), il compito principale di mediatore della crisi. È una dimostrazione di insostenibile insicurezza del presidente … della prima potenza del mondo.