• GUERRA INFINITA

Siria, gli Usa abbandonano i curdi e tornano a casa

Trump annuncia il ritiro delle truppe americane dalla Siria. Sarà un disimpegno "rapido e completo", nonostante la contrarietà del Pentagono che vorrebbe mantenere uomini sul campo per non lasciare spazio all'Iran e a un eventuale ritorno dell'Isis. Per i curdi è una pugnalata alla schiena, perché saranno abbandonati ancora 

Artiglieria Usa in azione

Dopo le storiche vittorie contro l'Isis è tempo di riportare i nostri giovani a casa". Lo ha scritto Donald Trump su Twitter, dove ha postato un video di poco più di un minuto in cui conferma l'intenzione di ritirare le truppe americane dalla Siria. "Abbiamo vinto contro l'Isis ed è tempo di tornare e subito. Questo è quello che noi vogliamo", afferma il presidente degli Stati Uniti che un ritiro dalla Siria lo aveva già preannunciato un anno or sono.

All’epoca aveva incassato il disappunto di Pentagono e Dipartimento di Stato, ma ieri ha Trump ha ribadito che gli Stati Uniti stanno pianificando un "completo" e "rapido" ritiro delle loro forze militari dalla Siria. La decisione di riportare a casa gli oltre 2 mila militari, per lo più appartenenti a forze speciali, artiglieria, unità addestrative ed elicotteristiche, dislocati nella Siria orientale non piace neppure ora al Pentagono. Secondo il New York Times il Dipartimento della Difesa, guidato dal segretario Jim Mattis, sta cercando di dissuadere il presidente poiché ritiene che il ritiro consegnerebbe completamente la Siria in mano a Bashar Assad e all’influenza di Russia e Iran. Inoltre i vertici della Difesa ritengono che abbandonare gli alleati curdi delle Forze Democratiche Siriane (Fds) che operano a fianco delle truppe Usa in Siria, minerebbe gli sforzi futuri degli Stati Uniti di conquistare la fiducia dei combattenti locali, dall' Afghanistan allo Yemen fino alla Somalia.

Del resto gli USA hanno una lunga tradizione di tradimenti nei confronti dei curdi. Nel 1991, dopo la librazione del Kuwait invaso da Saddam Hussein, Washington esortò i curdi a ribellarsi subendo pesanti rappresaglie da Baghdad, attacchi che costrinsero gli anglo-americani a sottrarre parte del territorio curdo del nord alla sovranità irachena protegge dove la popolazione. Anche negli ultimi mesi i curdi iracheni sono stati abbandonati dagli Usa e dalla Coalizione, lasciati soli di fronte alle offensive di Baghdad che hanno sottratto ai peshmerga gli ampi territori del Nord Iraq conquistati combattendo allo Stato Islamico dopo che propri i curdi si erano rivelati l’unico argine al dilagare del Califfato.

Le forze curdo-siriane definiscono infatti una "pugnalata alla schiena" la decisione "improvvisa" americana di ritirarsi dal Nordest della Siria. Lo afferma una fonte militare delle FDS che combattono le milizie dell’Isis con l’aiuto Usa e francese e controllano di fatto arbitrariamente gran parte della Siria Orientale ricca di gas e petrolio e che Damasco punta a riportare sotto il suo controllo. Le forze americane in Siria hanno informato "all'ultimo momento" quelle curdo-siriane della decisione di Washington di ritirarsi quanto prima dalla regione, secondo quanto riferisce l'Osservatorio siriano per diritti umani (Ondus), che cita fonti militari delle Fds curde. "E' un tradimento del sangue versato da migliaia di combattenti". Israele invece fa buon viso a cattivo gioco: il ritiro americano complica le cose a Gerusalemme ma il governo Netanyahu non può certo aprire uno scontro con un’amministrazione Usa che ha riconosciuto Gerusalemme capitale dello stato ebraico e ha riaperto i giochi e le sanzioni contro l’Iran. "E' una decisione Usa, Israele ne studierà i tempi, i modi, la sua realizzazione e anche le conseguenze per quanto ci concerne" ha detto il premier israeliano, Benjamin Netanyahu. "Hanno chiarito - ha proseguito- di aver altri mezzi per esprimere la loro influenza in quell’area. In ogni caso provvederemo a difendere la sicurezza di Israele e a difenderci” da minacce provenienti dalla Siria.

La presenza delle truppe statunitensi in Siria è illegale per il diritto internazionale, perchè non richiesta né autorizzata dal legittimo governo di Damasco: il loro ritiro metterà in difficoltà i curdi che hanno appena strappato al Califfato l’ultima roccaforte di Hajin, ma che devono anche fronteggiare le minacce turche di scatenare nuove offensive lungo il confine. Il 13 dicembre il Pentagono ha avvertito Ankara che “qualsiasi azione militare unilaterale nel Nord della Siria sarebbe considerata "inaccettabile" da Washington ma è chiaro che la protezione statunitense avrebbe meno peso in assenza di truppe Usa in quel settore. Del resto i curdi si sono ancora una volta “fidati troppo” del supporto statunitense: hanno respinto le proposte di Damasco che concedevano ampia autonomia regionale in cambio della riconsegna allo Stato centrale degli ampi territori non abitati dall’etnia curda e strappati allo Stato Islamico nell’Est del paese grazie all’aiuto della Coalizione a guida Usa.

Fiutando l’opportunità di rivincita, il governo siriano ha negato il 18 dicembre la presenza di un'entità curda autonoma nel Nordest del paese, come ha dichiarato il ministro degli esteri Walid al Muallim. Il ritiro Usa favorirà la completa riconquista del territorio nazionale da parte delle forze di Assad che potrà riprendere, con le armi o attraverso negoziati coi curdi, il controllo delle risorse petrolifere necessarie a finanziare la ricostruzione post bellica. Uno scenario che completerebbe il successo militare conseguito da Mosca in Siria a oltre tre anni dall’inizio del suo impegno bellico ma che porrebbe anche le basi per un’inedita condivisione di interessi tra Damasco e Ankara, entrambe determinate (per ragioni diverse) a ridimensionare le pretese territoriali e nazionaliste curde.