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Siria, Assad nella morsa

Soldi da Francia, Qatar e Arabia saudita, armi da Turchia e Regno Unito, missili Patriot che Ankara sta dispiegando sul confine: così i ribelli guadagnano terreno. Con il presidente Assad restano soltanto Iran, Russia e Corea del Nord.

Il presidente Assad

Messa in ombra dalla crisi di Gaza, conclusa per ora con una tregua tra Hamas e Israele mediata da un Egitto sull'orlo del caos, la guerra civile siriana continua un'escalation che vede progressivamente aumentare gli aiuti internazionali ai ribelli. Se l'Iran, ma soprattutto Russia e Corea del Nord, continuano a supportare on armi e denaro il regime di Bashar Assad (Mosca pare abbia stampato e inviato per via aerea a Damasco l'estate scorsa oltre 240 tonnellate di banconote siriane), il mondo arabo e occidentale che appoggia i gruppi di insorti ha intensificato gli sforzi per organizzare e armare i ribelli.

Il 13 novembre a Doha, nell'emirato del Qatar che sta investendo centinaia di milioni di dollari per finanziare la "primavera araba" in salsa islamista, è stata costituita la Coalizione Nazionale che intende rappresentare tutti i gruppi d'opposizione ad Assad che vanno dai liberali ai comunisti, dai Fratelli musulmani ad al-Qaeda. Per ora 14 gruppi hanno aderito alla Coalizione che ha subito avuto la "benedizione" di Washington, dove il neo rieletto Barack Obama avrà buon gioco nel completare l'opera iniziata l'anno scorso favorendo il crollo dei regimi laici in
Tunisia, Egitto e Libia rimpiazzandoli con regimi di matrice islamica. La Coalizione siriana avrà sede in Egitto, una scelta gradita al Qatar che pone i Fratelli Musulmani siriani in "pole position" nella corsa alla leadership dei ribelli grazie agli appoggi del governo egiziano guidato proprio da
questo movimento il cui concetto di democrazia è ben rappresentato dai poteri assoluti assunti recentemente dal presidente Mohamed Morsi. 


L'Europa, ancora una volta sostanzialmente assente dai teatri di crisi internazionali, ha espresso il suo sostegno alla causa degli insorti ma spicca la decisione della Francia di donare 1,2 milioni di euro agli insorti che già ricevono denaro e armi da turchi, sauditi e qatarini. I  britannici, che puntano a fornire direttamente armi agli insorti, hanno ottenuto che la Ue prolungasse solo per tre mesi (invece di un anno) l'embargo sulle forniture di armi alle fazioni in lotta in Siria.

I risultati di questa pressione su Assad, anche sul campo di battaglia, cominciano a vedersi. Le minacce turche hanno costretto i militari siriani a tenersi alla larga dalle aree di confine ormai saldamente in mano ai ribelli che hanno le retrovie in territorio turco. Nel nord i lealisti hanno limitato le azioni militari ai raids aerei, che hanno colpito anche il quartier generale dell'Esercito Libero Siriano (ELS) nel villaggio di Atimah (a un chilometro e mezzo dalla frontiera) e a volte colpiscono anche obiettivi civili anche perché vengono impiegate quasi sempre bombe non guidate. La supremazia aerea di Damasco comincia però a subire forti contrasti dalla presenza di missili antiaerei portatili tra le fila dei ribelli che negli ultimi giorni sembra abbiano abbattuto 4 cacciabombardieri e due elicotteri.

 
Già nell'ottobre scorso Washington aveva autorizzato Ankara a fornire all'ELS (ma non ai gruppi estremisti) missili antiaerei portatili Stinger che la Turchia produce su licenza. Il loro impiego in questi giorni sembra indicare che alcuni miliziani sono stati addestrati in Turchia all'impiego di questa arma in gradi di contrastare aerei e elicotteri in volo a bassa quota. Ma gli Stinger non bastano a proteggere l'area "liberata" dagli insorti dalle offensive aeree di Damasco  e per questo i turchi hanno chiesto alla NATO di schierare sul confine batterie di missili Patriot.  Una
missione ricognitiva sembra aver individuato le aree di dispiegamento delle batterie di missili messe a disposizione da Stati Uniti, Germania e Olanda nelle province di Gaziantep e Sanliurfa.

Ufficialmente i Patriot hanno un valore difensivo e vengono richiesti da Ankara per proteggersi da eventuali attacchi di missili Scud siriani a similitudine di quanto avvenne durante la guerra del Golfo del 1991, quando gli stessi missili (in versione più vecchia) intercettarono alcuni Scud iracheni lanciati contro Israele e Arabia Saudita. 

Il Segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha detto che l'Alleanza "farà quanto necessario per proteggere la Turchia" ma Damasco ha più volte affermato che i missili balistici Scud verranno impiegati solo in caso di invasione straniera. Ipotesi improbabile mentre più concreta è la possibilità che i Patriot abbiano lo scopo di istituire di fatto una no-fly-zone per i jet siriani sulle province del centro-nord in buona parte in mano ai ribelli. Per difendersi dallo sconfinamento di Mig e Sukhoi siriani erano più che sufficienti le batterie di missili Rapier e Hawk
efficaci fino a 40 chilometri di distanza e in dotazione alle truppe turche.

I Patriot invece possono colpire non solo missili ma anche velivoli fino a 150 chilometri di distanza e costituiscono  un sistema a lungo raggio in grado di minacciare le forze aeree di Assad ben all'interno dello spazio aereo siriano per permettere ai ribelli di consolidare i successi conseguiti negli ultimi tempi. Russi e iraniani, molto critici con la Nato per il dispiegamento dei Patriot, sembrano aver intuito il ruolo potenzialmente offensivo di questi missili che saranno operativi in Turchia già tra due settimane e che potrebbero creare i presupposti per un più ampio intervento dell'Alleanza Atlantica in quel conflitto.

La strategia attuata dai ribelli nelle ultime settimane è del resto tesa a neutralizzare o ridurre le capacità aeree e di difesa antiaerea dei lealisti. Gli attacchi ad aeroporti e basi della contraerea sono ormai sistematici. Vicino ad Aleppo è stata espugnata una base di missili terra-aria SA-2, l'Esercito Libero ha distrutto le piste di un aeroporto militare a Deir Ezzor, nel nordest della Siria, mentre ad al-Hajar al-Aswad, a sud della capitale, hanno preso il controllo di una base della contraerea impossessandosi di vari armamenti. A Dumayr, dove si trova un altro aeroporto militare, i ribelli  si sono piazzati nelle vicinanze della base aerea ma hanno negoziato con l'esercito governativo di non colpirlo, in cambio della promessa di non assaltare la città mentre pare probabile un prossimo attacco all'aeroporto militare del Mezzeh, vicino a Damasco, area
nella quale i ribelli avrebbero espugnato anche la base elicotteri di Marj al-Sultan.

L'evoluzione del conflitto, che secondo i ribelli ha finora provocato 40 mila vittime  (28.026 civili e ribelli, 1.379 soldati disertori, 10.150 soldati governativi e 574 persone non identificate) e
circa 200 mila rifugiati in Turchia, Libano e Giordania, mostra quindi un rapido miglioramento della situazione politica e militare degli insorti non sufficiente tuttavia a far prevedere un rapido collasso del regime.