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Sicurezza bis, passa il decreto. Ora tocca alla Tav

Approvato con la fiducia al Senato il decreto sicurezza bis: 160 voti favorevoli, 57 contrari e 21 astenuti. Continuano però le fibrillazioni nei Cinque Stelle, soprattutto in vista del voto sulla Tav, in programma domani. Anche perché, sulla Torino-Lione, Salvini minaccia la crisi, forte dei sondaggi che lo danno quasi al 40% dei consensi.

Il governo ha dovuto porre la questione di fiducia per poter condurre in porto il decreto sicurezza bis, che è stato approvato con 160 voti favorevoli, 57 contrari e 21 astenuti.

Il testo era arrivato in aula al Senato, come previsto, senza un relatore e senza che fossero stati esaminati i 1200 emendamenti presentati. Un segnale di debolezza che conferma le divisioni all’interno della maggioranza e alimenta dubbi sulla sua tenuta, considerati gli altri ostacoli che si profilano all’orizzonte, dalla Tav alle autonomie, fino alla manovra finanziaria d’autunno.

Applausi di scherno e grida (“vergogna”) si sono levati dai banchi del Pd quando il ministro per i rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro, ha comunicato che il governo avrebbe posto la fiducia. I senatori della Lega e quelli dei Cinque Stelle hanno risposto a loro volta con applausi di scherno rivolti ai parlamentari del Pd. I dem dimenticano che anche con i governi presieduti da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni il ricorso alla fiducia è stato frequente, sicuramente più che in questa legislatura, ma nonostante tutto gli uomini di Nicola Zingaretti stanno cavalcando il malcontento che serpeggia soprattutto tra gli uomini del Movimento Cinque Stelle, sempre più insofferenti ai diktat del loro capo politico Luigi Di Maio, legato mani e piedi alla Lega e a Matteo Salvini, nonostante gli apparenti tentativi di distinguo.

L’esecutivo, a onor del vero, si è salvato anche grazie alle opposizioni. Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno votato insieme alla maggioranza sulle pregiudiziali al decreto sicurezza bis, tanto che il Pd ha puntato l’indice contro di loro, denunciando la formazione di una nuova maggioranza.

Al momento del voto finale nell’aula di Palazzo Madama, i senatori forzisti non hanno partecipato al voto ma sono rimasti in aula per garantire il numero legale per l’approvazione del provvedimento, mentre quelli del partito di Giorgia Meloni si sono astenuti.

La fiducia è passata, il pericolo è stato superato dall’esecutivo, che però è sceso sotto la soglia dei 161 voti, quota simbolo della maggioranza al Senato. Le fibrillazioni nel mondo grillino non possono dunque far dormire sonni tranquilli al premier Giuseppe Conte, che dovrà nelle prossime ore rilanciare l’azione di governo, magari con un contratto bis o qualche altro espediente in grado di rivitalizzarla. Vivacchiare, cosa che peraltro l’inquilino di Palazzo Chigi si era detto disposto a non voler fare, potrebbe rivelarsi letale.

Soprattutto in vista del successivo passaggio parlamentare: il voto sulle mozioni sulla Tav, previsto per domani mattina, sempre al Senato. Sul piano pratico, come ammettono gli stessi grillini, un voto favorevole alla loro richiesta di bloccare l'opera  non avrebbe molti effetti. Lo stop dovrebbe passare per un nuovo voto, sfavorevole, al Trattato italo-francese che prevede la costruzione dell'opera. Sul piano politico, il risultato del voto di domani avrà invece un grande effetto e probabilmente aprirà nuove fratture tra i parlamentari grillini e soprattutto tra Lega e Cinque Stelle. I grillini potrebbero ritrovarsi da soli a sostenere la loro mozione anti-Tav, come ha annunciato anche il ministro dei Trasporti e infrastrutture, Danilo Toninelli, ribadendo le posizioni del Movimento: l’Alta Velocità è un’opera inutile e un regalo alla Francia.

Matteo Salvini, però, minaccia la crisi già sulla Tav e alzerà il prezzo, forte dei sondaggi che lo danno quasi al 40% dei consensi, incalzando l’alleato grillino sulle tasse. Il Capitano è stufo dei “no” pentastellati, così dice, e continua a ripetere che senza una riduzione delle tasse, una seria riforma della giustizia e lo sblocco delle grandi opere il governo non andrà avanti e la parola dovrà ritornare agli elettori, Mattarella permettendo ovviamente.

Il problema è che il presidente della Repubblica ha già lasciato intuire di non essere favorevole a un voto in autunno, in piena discussione sulla manovra di bilancio, e quindi l’ultima finestra utile per uno scioglimento repentino del Parlamento si è chiusa a luglio. Detto questo, non sarà comunque possibile trascinare per le lunghe la vita di un governo paralizzato dai veti incrociati tra i due partiti di maggioranza e dalle laceranti divisioni tra pentastellati ortodossi e pentastellati governativi.