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Sentenza ribaltata: no ad aborto forzato su disabile

La Corte d’Appello di Londra ha stabilito che ai medici non deve essere permesso di praticare l'aborto forzato su una giovane disabile con ritardo mentale. Ribaltata, quindi, la decisione della Corte di Protezione che aveva sostenuto che l’aborto fosse nel “miglior interesse” della ragazza, nonostante la contrarietà stessa di quest’ultima, della madre e dell’assistente sociale.

Ai medici inglesi non dovrà essere permesso di praticare un aborto forzato su una giovane disabile con un ritardo mentale, giunta alla ventiduesima settimana di gravidanza, della cui vicenda avevamo riferito qui. È quanto ha stabilito nell’udienza di ieri, a Londra, la Corte d’Appello, ribaltando così la decisione presa dal giudice Nathalie Lieven, che con la sentenza del 21 giugno presso la Corte di Protezione aveva autorizzato i dottori a eseguire l’aborto sulla ragazza, sostenendo che ciò fosse nel suo «miglior interesse», nonostante la contrarietà della stessa donna incinta, della madre di lei e dell’assistente sociale.

Secondo quanto riferisce la Press Association, i giudici d’Appello - Richard McCombe, Eleanor King e Peter Jackson - renderanno note in seguito le motivazioni della sentenza. Ma intanto si può registrare con sollievo la notizia, pur nella consapevolezza che c’è poco da stare allegri perché la posizione dei medici e del giudice Lieven mostra che è stato compiuto un altro passo lungo il piano inclinato della cultura della morte, passando dall’idea dell’aborto come “libera scelta” a quella dell’aborto obbligatorio per i disabili.

La decisione della Corte d’Appello arriva dopo le circa 90.000 firme raccolte in meno di 48 ore dall’associazione Right to Life, che in una petizione lanciata attraverso la piattaforma Citizen Go chiedeva al ministro della Sanità, Matthew Hancock, di «intervenire in questo caso, per quanto possibile, per evitare questa grave ingiustizia inflitta dallo Stato a questa famiglia e garantire che questa donna non sia costretta ad avere un aborto». Nella petizione si metteva tra l’altro in discussione l’adeguatezza della Lieven nel giudicare la questione, vista la sua nota militanza abortista. Ma dei parlamentari pro vita avevano fatto notare le scarse possibilità di intervento, in questa fattispecie, sia da parte del ministro sia dello stesso parlamento. Tra loro, il conservatore Jacob Rees-Mogg, che parlando alla Catholic News Agency aveva spiegato: «Ciò è profondamente preoccupante, ma non esiste una strada parlamentare per contestare questa decisione».

Dunque, il tempestivo ricorso presentato alla Corte d’Appello dal team legale della madre, una nigeriana con esperienze da ostetrica, si è rivelato provvidenziale. Prima che i giudici McCombe, King e Jackson ribaltassero la sciagurata sentenza della Corte di Protezione, si erano registrati gli interventi sulla vicenda di due vescovi britannici.

Si tratta dello scozzese John Keenan, vescovo di Paisley, che aveva pubblicato un video chiedendo di firmare la petizione di Right to Life e parlando di «un pericoloso nuovo sviluppo» nell’imposizione del «potere dello Stato sui suoi cittadini».

L’altra presa di posizione è stata quella del vescovo ausiliare di Westminster, John Sherrington, che sulle tematiche riguardanti la vita umana opera come portavoce della Conferenza episcopale dell’Inghilterra e del Galles. Funzionari dell’arcidiocesi di Westminster hanno invece precisato alla CNA che il cardinale Vincent Nichols non avrebbe fatto nessuna dichiarazione personale sulla vicenda.

«Ogni aborto è una tragedia», ha detto Sherrington, aggiungendo che in un caso del genere si tratterebbe di una tragedia «aggravata» dalla decisione di imporre l’aborto alla ragazza. «Costringere una donna ad abortire contro la sua volontà, e contro quella della sua stessa famiglia, viola i suoi diritti umani, per non parlare del diritto del suo bambino non nato alla vita in una famiglia che si è impegnata a prendersi cura di questo bambino. In una società libera come la nostra, esiste un delicato equilibrio tra i diritti dell’individuo e i poteri dello Stato».

Dopo la solidarietà espressa alla famiglia, «che custodiamo nelle nostre preghiere», il vescovo ausiliare di Westminster ha quindi detto che questo caso «solleva serie domande sul significato del “miglior interesse” [di cui si è vista l’applicazione a fini eugenetici nei casi dei piccoli Charlie Gard e Alfie Evans, di fatto uccisi perché disabili con una scarsa “qualità della vita”, ndr] quando un paziente manca di capacità mentale ed è soggetto alla decisione della corte contro la sua volontà».

Dichiarazioni che in sé e per sé ci stanno, per carità, e nel vuoto pressoché generale sono certo meglio di niente, anche se per la gravità del caso sarebbe stato lecito attendersi dai vescovi inglesi un richiamo ben più potente, che ricordasse pure alle anime decise a imporre l’aborto a questa ragazza il pericolo che corrono per la loro salvezza eterna, facendo la guerra ai piccoli, alla sacralità della vita e, in definitiva, a Dio. Sarebbe stata un’opera di misericordia spirituale.