• IMMIGRAZIONE

Sea Watch, i problemi taciuti. E il delirio della protesta

Sulla Sea Watch 3 non ci sono naufraghi, ma 47 persone trasbordate direttamente da contrabbandieri. Ci sono 15 minorenni, che però sono stranamente tutti nati nella stessa data del 2002. In compenso la sinistra preferisce fare paragoni con l'Olocausto

LA NUOVA LOTTA DI CLASSE di Rino Cammilleri

Sea Watch 3, il momento dello sbarco

Molte proteste ha suscitato e continua a suscitare il fatto che la Sea Watch 3 batta bandiera olandese e sia di proprietà dell’omonima organizzazione non governativa tedesca e tuttavia abbia fatto rotta su un porto italiano. Concentrarsi su questi aspetti, benché di indubbia rilevanza, non deve però metterne in secondo piano altri, fondamentali al fine di valutare che cosa è successo nei giorni scorsi. Innanzi tutto a bordo della Sea Watch 3 non c’erano naufraghi, ma 47 persone trasbordate da una imbarcazione di contrabbandieri di emigranti al largo delle coste della Libia. In secondo luogo, considerando le percentuali di richiedenti asilo che in Italia hanno ottenuto lo status di rifugiato negli ultimi quattro anni, è ben difficile, per non dire impossibile che siano 47 profughi. Si è insistito molto sulla presenza a bordo di tanti minori non accompagnati. Ora che sono sbarcati se ne contano 15. In una intervista del 30 gennaio il procuratore di Siracusa, Fabio Schiavone, ha però confermato che l’età dei minorenni è incerta. Non hanno documenti – ha spiegato – salvo uno che dice di avere 15 anni, gli altri sostengono di essere nati il 1° gennaio 2002 o comunque nel 2002.

Sempre pensando agli ultimi quattro anni, adesso che sono sbarcati ci si deve aspettare che gli ospiti della Sea Watch 3, a prescindere dai motivi per cui hanno deciso di emigrare illegalmente, chiedano asilo sapendo che perciò non potranno essere rimpatriati finché la loro richiesta non sarà valutata. Otto a quanto pare arrivano dalla Guinea Bissau, quattro dal Senegal, uno dal Gambia, un altro dal Sudan … Quest’ultimo potrebbe forse ottenere asilo o più probabilmente protezione sussidiaria, dipende da che cosa dirà alla commissione territoriale. Tutti gli altri arrivano da paesi che non sono in condizioni tali da giustificare una richiesta di asilo. Sembra che un ragazzo senegalese abbia dichiarato che il suo paese è distrutto dalle tensioni, che in Casamance gli scontri tra i militari del governo e quelli del partito di opposizione provocano migliaia di morti e di sfollati. C’è in effetti un movimento separatista nella regione della Casamance, ma nel 2004 è stato firmato un accordo di pace e nel 2014 un gruppo ancora militante ha deciso il cessate il fuoco. Gli episodi di violenza ormai da molto tempo sono rari. È comunque davvero difficile credere che per un ragazzo della Casamance l’unica soluzione sicura sia lasciare il Senegal, che oltre tutto è uno dei paesi africani con le migliori performance economiche, favorite da decenni di consolidata stabilità politica: elezioni senza violenze, un discreto rispetto delle istituzioni democratiche.

I minori in ogni caso non hanno bisogno di dimostrare niente per essere accolti. Posto che non si dileguino scegliendo la clandestinità come spesso succede, e come hanno fatto anche decine di emigranti illegali sbarcati dalla nave Diciotti lo scorso agosto, saranno ospitati nelle strutture create per loro nell’ambito del sistema di accoglienza Sprar, strutture che già si sono prese cura di migliaia di altri minorenni nel corso degli anni. L’urgenza nel loro caso dovrebbe essere identificarli e prendere contatto con le loro famiglie tramite le ambasciate dei rispettivi paesi. Prima di organizzarne la permanenza definitiva in Italia, la priorità infatti dovrebbe essere riportarli alle loro famiglie. Per un minore niente può essere meglio che ritrovare i famigliari dai quali si è avventatamente separato o che avventatamente lo hanno affidato a una organizzazione di contrabbandieri. Un rimpatrio assistito, con aiuti a rendere vita e prospettive migliori per lui e per la sua famiglia dovrebbe essere l’obiettivo prioritario, da abbandonare solo se si rivelasse inattuabile. 

Se dei difetti si possono trovare nella Legge Sicurezza uno è proprio il fatto di non prevedere per i minori non accompagnati l’avvio immediato di un protocollo di rimpatrio, per ridurre il più possibile il periodo da trascorre tra estranei, lontano da casa, separati dai famigliari. D’altra parte quasi sempre bisogna fare i conti con l’ostacolo effettivo della loro identificazione, primo passo necessario per restituirli al loro paese e alla loro comunità.

Ben altro si rimprovera invece alla Legge 132. Nel pomeriggio del 2 febbraio in diverse città italiane sono previste iniziative annunciate con toni deliranti, a partire dalla scelta della data “perché cade a pochi giorni dal Giorno della Memoria, perché non vogliamo essere come quelli che in tempo di guerra hanno fatto finta di non vedere quello che stava accadendo”. Gli organizzatori dicono di farsi portavoce di cittadini “colpiti dal quotidiano sfoggio di barbarie e crudeltà”, decisi a contrastare le politiche governative che “riportano nel nostro paese razzismo e xenofobia”. Una dichiarazione di intenti spiega che “la legge 132 (scioccamente chiamata “legge sicurezza”) disconosce e violenta il ruolo delle comunità locali” e invita a protestare “contro le deportazioni e lo sperpero di risorse”. “Le vicende di persone a cui viene impedito lo sbarco sul territorio europeo – si legge in un appello a partecipare – non può non ricordare la vicenda della St. Louis che nel maggio del 1939, carica di persone ebraiche in fuga dalla Germania nazista fu respinta da Cuba, USA e Canada e costretta a rientrare in Europa”.