• GIAPPONE

Se uno "youtuber" inciampa nella foresta dei suicidi

Sembra la scena di un film horror, ma è vero. Una star di You Tube entra in una foresta giapponese, nota per essere luogo di suicidi, e vi trova un corpo senza vita. Il video ha fatto scandalo. E solleva involontariamente un problema grave: la cultura della morte in Giappone.

Logan Paul nella foresta dei suicidi (e la protesta online)

Un gruppo di ragazzi entra in una foresta, stanno girando un video da diffondere in modo virale su You Tube. Trovano un cadavere. Le immagini lo inquadrano impietosamente, salvo censurare il volto per motivi di privacy. Un membro del gruppo dice di non sentirsi bene. Il leader del gruppo, che indossa un ridicolo berretto di pelo, lo prende in giro. “Ma come?” gli dice “non ti sei mai trovato vicino a un cadavere?”. Lui, quello che comanda il piccolo gruppo di giovani, è uno degli Youtuber più cliccati del mondo, Logan Paul, statunitense, un seguito di 15 milioni di utenti online. Gli altri sono i suoi compagni di viaggio in Giappone. Si trovano nella foresta “maledetta”: Aokigahara, ai piedi del Monte Fuji. E’ il luogo scelto, tradizionalmente, da un gran numero di giapponesi per togliersi la vita. Logan Paul, involontariamente, ha sollevato due grandi problemi che ci obbligano a interrogarci. Il primo è quello dei suicidi in Giappone. Il secondo è quello del cinismo con cui è stato affrontato il tema, cosa che ha provocato un prevedibile putiferio nel Web.

I dati sul numero di persone che si suicidano nella foresta di Aokigahara non sono mai stati resi pubblici dalle autorità nipponiche. Nell’area sono stati piantati numerosi cartelli che invitano le persone a rivolgersi ai consultori e cercare aiuto medico invece che togliersi la vita. I dati ufficiali, secondo l’ultima statistica disponibile, parlano di un calo sensibile. Nel 2016 si sono tolti la vita in 21.897, circa 60 al giorno, il dato più basso negli ultimi 22 anni. L’anno precedente si erano suicidati in 25.000, circa 70 al giorno. Nonostante il calo, si parla sempre di 60 suicidi al giorno. Se si guarda alle cause di mortalità, questa è la più alta fra le persone nella fascia d’età dai 15 ai 39 anni, dunque fra i giovani. In termini assoluto, la gran maggioranza delle persone che si tolgono la vita sono però gli anziani oltre i 65 anni di età. E sono soprattutto maschi. In rapporto al resto del mondo, il Giappone registra mediamente il più alto tasso di suicidi fra le maggiori economie (G7).

Il problema sollevato, involontariamente e in malo modo, da Logan Paul, era già finito sotto la lente di ingrandimento di tutto il mondo due anni fa, nel giugno 2015, quando un 71enne disoccupato e abbandonato dalla famiglia si era dato fuoco a bordo del “treno proiettile” ad alta velocità. Aveva chiesto agli altri passeggeri di allontanarsi mentre si cospargeva di benzina, perché quel che stava per fare “era pericoloso”, poi si era trasformato in una torcia umana. Investigando sul suo caso, la stampa giapponese ne aveva tratto la fotografia del perfetto suicida. Viveva completamente solo, non aveva lavoro, tirava a campare raccogliendo tubi d’alluminio da rivendere per il riciclo. Qualche vicino di casa aveva testimoniato di averlo sentito rompere un vetro del suo misero appartamento, altri affermavano di aver udito parlare solo la sua televisione.

Ken Joseph, un volontario del consultorio telefonico anti-sucidi, intervistato per l’occasione dalla BBC, aveva detto di aver visto tanti casi simili, in 40 anni di esperienza. E' convinto che il numero reale sui suicidi sia molto più alto rispetto a quello dichiarato. A suo avviso c’è anche un motivo economico dietro alla morte di tanti anziani: “Il sistema assicurativo in Giappone è molto lasco quando si parla di pagare per un morto suicida. Quando tutto fallisce, alcuni pensano, si fa sempre in tempo a suicidarsi e far pagare l’assicurazione”. “Talvolta si riscontra anche un’intollerabile pressione sui gli anziani, suggerendo loro che la cosa più altruista che possano fare sia quella di togliersi la vita per il bene della loro famiglia”. Wataru Nishida, psicologo della Temple University di Tokyo, trova anche un motivo religioso fondamentale alla base di questa cultura della morte: “Il Giappone non ha alle sue spalle una storia di cristianesimo. Il suicidio non è considerato un peccato. Anzi, alcuni lo considerano come un atto di grande responsabilità”. Fra i giovani pesano soprattutto fattori economici: incertezza sul futuro, disoccupazione, precarietà del lavoro. Il tasso di suicidi giovanili è cresciuto una prima volta con la crisi finanziaria del 1998 e poi dopo quella, ancor più grave, del 2008. Oltre alla volontà di togliersi la vita, cresce anche quella di isolarsi dal resto della società. La sindrome di hikikomori, una condizione di isolamento completo, nella propria stanza, comunicando col mondo esterno solo via Internet, non a caso ha un nome giapponese, dove il fenomeno è stato studiato e affrontato negli ultimi due decenni.

In Giappone persiste una cultura della morte, ancora viva come ai tempi dei suicidi rituali dei samurai (seppuku) e i più famosi aviatori suicidi, i kamikaze. Benché non ci siano più cause quali l’onore da salvare dopo la sconfitta, o il desiderio di immolarsi quale estrema difesa della patria, il suicidio continua ad essere visto come un atto di “responsabilità”, per sé stessi e per la propria comunità. E’ il punto terminale di una cultura dello scarto autentica, per cui chi è escluso dalla vita piena, produttiva e competitiva, ancora sottilmente classista, sente di doversi togliere di mezzo.

Ma che dire del cinismo con cui uno Youtuber di successo è letteralmente inciampato nel problema? Che anche in Occidente la cultura della vita sia in declino, è un dato di fatto. Ma in ogni caso, quel video di 15 minuti, è stato subito bombardato da centinaia di migliaia di condanne e critiche. Logan Paul ha dovuto fare pubblica ammenda, affidandola a Twitter e la sua fama si è incrinata. La morte, dalle nostre parti, non lascia ancora indifferenti. Ed è questa, se possibile, l’unica buona notizia di tutta la vicenda.