• LA LETTERA

Se per le ingiustizie dovessimo scioperare...

Se dovesse passare il principio che dobbiamo scioperare per ogni ingiustizia esistente nel mondo, sarebbero pochi i giorni lavorativi nel corso dell’intero anno: aborto, maltrattamenti di minori, terrorismo, persecuzione religiosa. Perché i sindacati riservano solo alle donne il privilegio dello sciopero?

Caro direttore,
passate 24 ore, vorrei farti alcune considerazioni relative alla dilagante demagogia che abbiamo visto e sentito l’8 marzo, scontando il pericolo di farmi qualche nemica.
 
A scanso di equivoci, voglio esprimere la più piena solidarietà a tutte le donne, soprattutto a quelle che subiscono violenza e discriminazione sotto varie forme, sia in occidente che in varie parti del mondo. Penso che, particolarmente in occidente, la condizione femminile stia decisamente migliorando e di ciò occorre pure prendere atto.
 
La mia prima considerazione riguarda l’inopportunità dello sciopero proclamato l’8 marzo, con il consenso dei sindacati. Se dovesse passare il principio che dobbiamo scioperare per ogni ingiustizia esistente nel mondo, sarebbero pochi i giorni lavorativi nel corso dell’intero anno. Faccio solo qualche esempio: sarebbe giusto scioperare per i cristiani perseguitati fino alla morte in molti Paesi; dovremmo scioperare per la mancanza di libertà religiosa in tutti i Paesi a regime islamico; per le vittime del terrorismo ovunque succeda; per la terribile piaga della fame nel mondo, che provoca ogni anno milioni di morti; per il maltrattamento dei minori; per le milioni di persone a cui viene impedito di nascere; per gli anziani non curati e a loro volta maltrattati e così via. Se andassi avanti negli esempi, penso che potremmo occupare tutti i 365 giorni dell’anno. 
 
Perché i sindacati riservano solo alle donne il privilegio dello sciopero, che, tra l’altro, era nato per altri motivi e con scopi ben precisi? Ci sono molti strumenti per lottare contro le ingiustizie: mi pare che lo strumento dello sciopero sia, il più delle volte (come in questa), molto inappropriato. Anche perché lo sciopero dell’8 marzo ha danneggiato molte altre donne.
 
Vi è, poi, un’altra osservazione, che riguarda il fine ultimo dell’attivismo femminista, ossessionato dal tema della diseguaglianza, che in natura pure esiste. Le femministe vogliono convincere tutte le donne che solo con un lavoro similmaschile esse saranno finalmente libere e realizzate. Questa impostazione finisce con il far sentire in colpa le donne che liberamente scelgono un lavoro diverso, che è quello far crescere ed educare i figli nati dal matrimonio e magari anche di altri figli emarginati.
 
Stanno facendo passare l’idea che chi compie quest’ultima scelta sia un minus rispetto ad altre scelte. Lasciamo libere le donne di compiere in coscienza le proprie scelte, senza paraventi ideologici.
 
In questo senso, si ripropone il vero problema sottostante a tutte queste tematiche e che consiste nel fatto che manca un vero sostegno alla famiglia. Questa mancanza fa sì che le donne non siano libere di scegliere cosa fare, costringendole ad un lavoro che le allontana dalla famiglia, anche contro la loro volontà. Poiché mantenere ed educare i figli è un preciso “lavoro” dei genitori, riconosciuto espressamente dalla Costituzione, perché non riconoscere un aiuto economico a chi si dedica espressamente a questo tipo di “lavoro”?  Forse la lotta per ottenere questo riconoscimento anche economico (non solo pacche sulle spalle) meriterebbe anche uno sciopero.