• POLONIA

Se ai media piace lo strapotere dei giudici...

I titoli dei quotidiani italiani (europei) sono unanimi: il presidente Duda blocca la legge che mina l'autonomia dei giudici. Così unanimi che sembrano fatti con il «copia-incolla», come molti titoli che riguardano la Polonia. I lettori della Nuova BQ si chiederanno: che succede? Cerchiamo di riassumere i fatti.

La situazione della giustizia in Polonia è disastrosa. La magistratura è una casta chiusa: ogni nomina e assegnazione di giudici e pubblici ministeri è fatta dal Consiglio Nazionale della Magistratura che non risponde a nessuno, se non a se stesso. Si chiama «principio di cooptazione» ed esclude qualsiasi concorso pubblico. È facile immaginare il livello di nepotismo; senza contare che i giudici più anziani sono in carica dal regime socialista e hanno un controllo pressoché totale su tutto il sistema. Come saranno finiti i processi a carico dei responsabili del sanguinario regime sovietico?

A questo si accompagna uno spaventoso livello di corruzione e inefficienza. I magistrati sono al di sopra della legge e, ovviamente, strapagati. Tutto questo è stato concesso alla magistratura sovietica con la costituzione del 1989. Poi c'è la questione della Corte Costituzionale.

I quindici giudici della Corte Costituzionale polacca sono nominati dal Sejm (la camera dei deputati). Restano in carica nove anni e, ovviamente, non rispondono a nessuno. Sono inamovibili e godono dell'immunità. Il caso esplode nel 2015 quando Tusk – prima delle elezioni – ha nominato cinque nuovi giudici della Corte Costituzionale invece di tre. La nomina dei due giudici nominati illegalmente da Tusk  sarebbe spettata al nuovo parlamento.

Oltre all'illegalità dell'operazione (ma Tusk e il suo partito non brillano certo per scrupolo di coscienza), per qualche mese la Corte Costituzionale ha così avuto diciotto membri anziché quindici. Forse non stupirà nessuno sapere che l'Unione Europea ha sempre difeso il colpo di mano di Tusk (attualmente suo presidente). Il PiS, il partito di Kaczy?ski, ha proposto di riformare la giustizia polacca con tre leggi, che sono state approvate dal parlamento nei giorni scorsi.

Queste tre leggi prevedono quanto segue: attualmente, 15 dei 25 membri del Consiglio Nazionale della Magistratura sono nominati dai giudici; con la nuova legge vengono nominati dal Sejm con la maggioranza dei 3/5 (che il PiS non ha); la facoltà di nominare e revocare i presidenti dei tribunali passa dai giudici al Ministro della Giustizia; il Ministro della Giustizia ha la possibilità, con il consenso del Presidente della Corte Costituzionale, di sospendere i membri della Corte (che resterebbero comunque in carica); inoltre tutti i membri andranno in pensione a sessantacinque anni (sessanta per le donne) anziché settanta, come avviene attualmente.

Si tratta di una riforma che riporta, sebbene parzialmente, anche il terzo potere statale (oltre a quello legislativo ed esecutivo) sotto la sovranità del popolo, sancita costituzionalmente; inoltre favorisce il ricambio generazionale dei membri della Corte Costituzionale aprendo le porte della casta. Ne limita l'indipendenza? Certo, proprio questo è l'obiettivo, pure dichiarato.

La costituzione polacca dice chiaramente che «Il Potere Supremo della Nazione Polacca appartiene alla Nazione» (Art. 4, § 1). Com'è possibile, dunque, che un potere così importante sia sottratto al controllo del popolo? Com'è possibile che, dei tre poteri dello stato, quello giudiziario sia assoluto (mentre gli altri due, direttamente dipendenti dal popolo, devono sottostargli)? Com'è possibile che ai protagonisti della più feroce dittatura che il mondo abbia visto sia consentito di giudicare i loro vincitori?

Eppure i media e il politici di tutt'Europa hanno levato alto il loro latrato: la riforma «azzopperebbe» la democrazia; la «smantellerebbe». Continua il gioco semantico al quale i poteri ci hanno abituato: non è democratico il volere del popolo (quello si chiama «populismo»); è democratico ciò che, di volta in volta, viene definito tale dal potere.

Con un copione già visto la piazza si è mediaticamente riempita di intellettuali, giornalisti ed ex membri della nomenklatura sovietica. L'appoggio della stampa europea agli «insorgenti» è stato unanime; e pesante come un macigno quello dell'Unione Europea, che ha minacciato di togliere il diritto di voto in Consiglio Europeo alla Polonia se la riforma fosse passata.

Poi il colpo di scena: il presidente Duda ha accolto le richieste della piazza e ha rimandato in parlamento le leggi sul Consiglio Nazionale della Magistratura e sulla Corte Costituzionale (firmando, però, quella sulla nomina dei presidenti dei tribunali).

Che significato ha questo gesto? Un cedimento alla minoranza rumorosa? Una affermazione dell'autonomia del proprio ruolo nei confronti del proprio partito (il PiS)? Un tentativo di raffreddare gli animi ed evitare che la protesta sfoci in una «rivoluzione colorata»? Un semplice differimento? Una manovra concordata con Kaczy?ski e Szyd?o? Il frutto di chissà quali pressioni?

Lo scopriremo, probabilmente, nei prossimi mesi.

Intanto la Polonia continua ad essere attraversata da tensioni. Lì, come in altri paesi, qualcuno non si rassegna, non accetta l'esito del voto popolare. È la nuova democrazia, abituiamoci.