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Sardegna, battuta d'arresto per le forze di governo

Il centrodestra ha vinto in Sardegna. La Lega piazza un suo uomo alla guida della Regione, Christian Solinas, ma registra un ben magro successo. I Cinque Stelle crollano del tutto. E' una battuta d'arresto per le forze di governo, ma soprattutto per i pentastellati, che devono trovare il modo di non uscire distrutti anche nelle prossime regionali

Christian Solinas

Era ampiamente previsto che finisse così, ma probabilmente le proporzioni reali sono superiori a quelle immaginate alla vigilia.

Il centrodestra, dopo aver conquistato l’Abruzzo, si assicura anche la guida della Sardegna, con il neo-governatore leghista Christian Solinas che trionfa a capo di una vasta coalizione con Lega, Forza Italia, Partito sardo d'Azione, Udc, Fdi, Riformatori Sardi, Energie per l'Italia, Unione Democratica Sarda, Sardegna 20Venti, Sardegna Civica, Frtza Paris. Solinas è il segretario nazionale del Partito Sardo d'Azione dal 25 ottobre 2015. Nato a Cagliari 42 anni fa, è stato consigliere regionale nella XIV e XV legislatura con il Partito Sardo d'Azione e si è dimesso il 30 aprile 2018 perché eletto senatore con la Lega. Ha prevalso con oltre il 47% dei voti, contro il 33 del suo rivale Massimo Zedda, del Pd, attuale sindaco di Cagliari.

Per un po’ si era profilato un testa a testa tra i due, poi si è progressivamente capito, man mano che affluivano i dati dai vari seggi, che il distacco tra loro si sarebbe accentuato. Molto indietro, con appena l’11% dei consensi, il candidato governatore del Movimento Cinque Stelle, Francesco Desogus, che ha già fatto sapere di voler tornare a fare il bibliotecario e di non voler vivere di politica.

Sono diversi i segnali politici che arrivano dall’isola. Il primo è che la protesta dei pastori sardi ha inciso negativamente sulle forze di governo, perché la Lega, pur raggiungendo l’obiettivo di guidare la regione con un suo uomo, raccoglie percentuali inferiori alle aspettative (12% circa, contro il 13 del Pd, il 9 dei Cinque Stelle, l’8 di Forza Italia) e i pentastellati registrano un vero e proprio tracollo.

Il secondo segnale è proprio che le forze di opposizione nazionale (Pd, Forza Italia, Fratelli d’Italia), sommando i loro voti, prendono di più dei giallo-verdi. Il terzo è che il Pd conferma i segnali di ripresa già fatti registrare in Abruzzo e il suo candidato Zedda, nonostante l’assenza dei leader nazionali di partito in campagna elettorale, ha ben figurato. Segno che i delusi dai Cinque Stelle probabilmente si sono riavvicinati ai partiti di sinistra, come successo forse anche a Pescara e dintorni. Il quarto messaggio che arriva dalle urne sarde è la buona affluenza (53,7%), superiore dell’1,5% a quella di cinque anni fa, a riprova del fatto che la speranza di cambiamento rimane intatta, ma si polarizza su forze diverse da quelle di governo.

Il quinto elemento di riflessione è il tracollo dei Cinque Stelle. Nessuno si aspettava che il movimento prendesse circa un quarto dei voti raccolti alle politiche di un anno fa. Sul banco degli imputati il vicepremier, Luigi Di Maio, accusato di non essersi impegnato in campagna elettorale per il timore di sfigurare contro Salvini. La crisi del movimento di Beppe Grillo appare profonda e irreversibile, con crescenti mugugni interni e propositi di scissione da parte dell’ala di Roberto Fico che non è più disposta ad avallare la linea filo-leghista di Di Maio, anche e soprattutto dopo questi continui insuccessi elettorali.

Tutto ciò avrà riflessi sulla tenuta del governo nazionale? Sia il premier Giuseppe Conte che i suoi due vice Salvini e Di Maio escludono contraccolpi sugli equilibri nazionali, ma è ormai chiaro che dopo le Europee la resa dei conti tra i due alleati sarà inevitabile. Il primo, spavaldo più che mai, ha ricordato il “cappotto” sul Pd, con 6 successi elettorali negli ultimi 12 mesi (dopo le politiche, vittorie in Friuli, Molise, Sardegna, Abruzzo, Trento e Bolzano) e si augura di drenare voti dal bacino di Forza Italia per potersi rendere definitivamente autonomo da Berlusconi.

Di Maio, invece, ha già annunciato per le prossime ore una rivoluzione organizzativa del suo Movimento per frenare l’emorragia di voti e poter avviare un’operazione di radicamento nei territori, anche attraverso alleanze con liste civiche. Nel frattempo, però, deve rintuzzare le critiche di chi vorrebbe che scegliesse tra incarichi di governo e guida del Movimento. Fra un mese voterà anche la Basilicata. Se anche li’ i grillini dovessero fallire, davvero il cammino dell’esecutivo Conte potrebbe farsi sempre più impervio e le emergenze economiche, unite alla debolezza pentastellata, potrebbero determinare scossoni. Senza dimenticare che i salviniani premono sul loro leader affinchè stacchi la spina a Conte e rovesci il tavolo di un’alleanza sempre più imbarazzante con i Cinque Stelle.