• LA RICORRENZA

San Marco e il leone, forte come la Verità di Cristo

Il leone, simbolo di san Marco Evangelista, rappresenta il coraggio e la forza, il suo ruggito è autorevole, proprio com'è chiamata a essere la Chiesa, sulle orme di Gesù. Nostro Signore manifestava la sua misericordia anzitutto nel suo essere giusto e nel chiamare le cose con il loro nome: il bene lo chiamava bene e il male lo chiamava male.

San Pietro e san Paolo versarono il loro sangue a Roma, la sede dell’impero più grande che sia mai esistito. E proprio qui, dopo le suppliche di coloro che avevano ascoltato la predicazione di Pietro, san Marco scrisse il Vangelo che porta il suo nome. Sembra che san Marco non fu direttamente discepolo di Gesù, ma alcuni vedono in lui il giovanetto avvolto nel lenzuolo che seguì Gesù dopo l’arresto (Mc 14, 51-52). Sappiamo per certo, come riferito negli Atti degli Apostoli e nelle lettere, che fu in stretta relazione con san Pietro e san Paolo, appunto anche durante i loro soggiorni romani.

Del Vangelo secondo Marco è stato detto che ha un approccio narrativo quasi ‘cinematografico’, per via del suo ritmo molto vivace. Era in fondo diretto ai pagani, ai Romani, verso cui non sarebbe stato efficace mettersi a fare troppi discorsi di tipo spirituale, ma era molto meglio trasmettere loro più esempi e un poco di sana azione: «La narrazione che l’evangelista Marco fa vi sorprenderà sin dalle prime righe: vi calerà come in un film nella vita di Gesù cominciando dalla predicazione di Giovanni Battista al fiume e dal battesimo di Gesù stesso. Scritto sostanzialmente per i pagani e per coloro che non conoscevano usi e costumi del popolo ebraico, il testo è ricchissimo di commenti su luoghi, costumi e vocaboli, spiegazioni sui significati delle parole e le usanze ebraiche, e questo fatto rende le immagini ancora più concrete e tangibili davanti agli occhi del lettore. Inoltre l’autore insiste più sulle azioni di Gesù che sui suoi insegnamenti: anche se sono ricorrenti parole come “insegnare” e “predicare”, Marco riporta solo quattro parabole (al cap. 4), mentre racconta ben diciotto miracoli» (bibbia.it).

Papia, vescovo di Gerapoli (I-II secolo), così scrive di Marco: “A che questo diceva il presbitero: Marco, interprete di Pietro, scrisse con esattezza, ma senza ordine, tutto ciò che egli ricordava delle parole e delle azioni di Cristo; poiché egli non aveva udito il Signore, né aveva vissuto con Lui, ma, più tardi, come dicevo, era stato compagno di Pietro. E Pietro impartiva i suoi insegnamenti secondo l’opportunità, senza l’intenzione di fare un’esposizione ordinata dei detti del Signore. Cosicché non ebbe nessuna colpa Marco, scrivendo alcune cose così come gli venivano a mente, preoccupato solo d’una cosa, di non tralasciare nulla di quanto aveva udito e di non dire alcuna menzogna a riguardo di ciò”.

Il simbolo usato per rappresentare Marco è il leone alato. Con questo simbolo viene anche rappresentato nella città di Venezia, di cui san Marco è augusto protettore. Il leone è simbolo di coraggio e di forza, il suo ruggito si impone per la sua autorevolezza su quanti osano sfidarlo. Non ci sembra questo anche un simbolo della Chiesa, almeno di come la Chiesa dovrebbe essere? Troppo spesso si pensa che una vaga idea dell’amore sotto forma di  un vago concetto di misericordia possa veramente rappresentare l’azione della Chiesa nel mondo, quando sappiamo come la più alta forma di misericordia è sempre unita alla giustizia. E Gesù manifestava la sua misericordia proprio nel suo essere giusto e nel chiamare le cose con il loro nome, il bene lo chiamava bene e il male lo chiamava male.

Ecco un bel passaggio proprio del vangelo di Marco dove osserviamo il modus operandi del Signore: “Entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era lì un uomo che aveva una mano paralizzata, e stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato, per accusarlo. Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati, vieni qui in mezzo!». Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita. E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire”.

Come osserviamo, Gesù non cerca come metodo privilegiato quello del dialogo, ma quello della disputa, stimola i suoi interlocutori per convincerli dell’esattezza del suo messaggio. «Con il giudizio il soggetto non si limita a enunciare uno stato di cose (le cose stanno così), ma ne afferma anche la verità, nel senso che dice anche che “è vero che le cose stanno così” e che “non è vero che le cose stiano in modo diverso”. Detto in un altro modo, con il giudizio si afferma che quella determinata cosa va pensata così e che è impensabile il contrario», scrive monsignor Antonio Livi (Filosofia del senso comune, 2018). Dobbiamo sempre stare molto attenti a non giudicare le cose a partire da noi stessi e dalla nostra supposta rettitudine. Vero è che non bisogna giudicare le persone, per non essere giudicati. Ma quando si affermano i diritti della verità delle cose non siamo noi a giudicare, bensì siamo tutti giudicati dalla verità stessa che è al di fuori di noi e che è oggettiva.

Il cardinale Carlo Caffarra osservava: “In sostanza, quando un uomo si chiede seriamente se esista o no una verità sull’uomo, se la progettazione della propria esistenza è necessariamente confrontata con un significato o fine che precede e giudica la progettazione stessa oppure tutto è esclusiva creazione dell’uomo: allora, in quel momento, nel cuore di quell’uomo, il Vangelo della vita si sta scontrando con la cultura della morte. Il Verbo, fattosi uomo, testimonia questa verità e l’uomo, nel cui cuore la cultura della morte ha già seminato la sua insidia, dice: E che cosa è la verità? Fede ed incredulità: fede come assenso alla Verità - incredulità come allontanamento dalla Verità. È il primo atto dello scontro che avviene nel cuore di ogni uomo, fra Vangelo della vita e cultura della morte» (Vangelo della vita e cultura della morte, 1992).

Ecco, il Vangelo secondo Marco, come gli altri scritti canonici, devono per noi essere vessillo del cuore del messaggio di Nostro Signore Gesù Cristo che, non dimentichiamolo, si è presentato come via, verità e vita (Gv 14, 6).