San Gregorio Barbarigo

Curò con diligenza l’insegnamento del catechismo, ritenendo fondamentale trasmettere le verità di fede ai cristiani di ogni età. Nutriva un grande amore per l’Eucaristia e ordinò di svegliarlo a qualunque ora della notte, nel caso di bisogno per qualche malato. “È mio dovere, e non posso fare altrimenti!”, diceva

Quando nel maggio 1656 Roma venne colpita da una terribile peste, san Gregorio Barbarigo (1625-1697) era sacerdote da appena cinque mesi e non aveva ancora compiuto 31 anni. Eppure Alessandro VII, che ne conosceva bene le virtù, mise proprio lui alla guida della speciale commissione che organizzò i soccorsi in favore degli appestati. Gregorio, che in una lettera al padre non aveva nascosto di provare paura (“mi sentivo morire”, scrisse), si dedicò anima e corpo a quella missione operando soprattutto nel rione di Trastevere, focolaio del morbo. Fino all’estate del 1657, quando terminò l’epidemia, il santo visitò di persona gli infermi, si preoccupò di dare degna sepoltura ai morti e di coordinare gli aiuti per le case che erano state serrate in ragione del pericolo di contagio, rivolgendo un’attenzione particolare verso le vedove e gli orfani.

Questa sua carità nel servire non nasceva dal nulla. Nato da una nobile famiglia veneziana, all’età di due anni era rimasto orfano della madre, morta di peste. Il padre, senatore della Repubblica di Venezia, era un cattolico fervente e insieme al figlio recitava ogni giorno l’ufficio della Vergine Maria. Nel 1643, dopo essersi formato in scienze belliche e diplomazia, era andato in Germania (vi rimase tre anni) per partecipare alle complesse negoziazioni che un lustro più tardi portarono alla firma della Pace di Vestfalia, che pose fine alla Guerra dei trent’anni (1618-1648). Fu in terra tedesca che conobbe il vescovo Fabio Chigi, futuro Alessandro VII. Quando poi quest’ultimo, con la peste di Roma ormai agli sgoccioli, offrì a Gregorio l’incarico di vescovo di Bergamo, il giovane sacerdote chiese al pontefice di lasciargli prima celebrare una Messa, per consigliarsi con Dio e sapere da Lui se accettare o no l’altissimo ministero al quale veniva chiamato.

Il 29 luglio 1657 venne ordinato vescovo di Bergamo. Fece dare ai poveri il denaro che era stato previsto per il suo ricevimento e in seguito, volendo imitare l’esempio di san Carlo Borromeo (1538-1584), vendette tutti i suoi beni e distribuì il ricavato ai bisognosi. Accrebbe la diffusione della stampa cattolica, privilegiando gli scritti di san Francesco di Sales (1567-1622), e curò con diligenza l’insegnamento del catechismo, ritenendo fondamentale trasmettere le verità di fede ai cristiani di ogni età. Nutriva un grande amore per l’Eucaristia e ordinò al portiere del palazzo vescovile di svegliarlo a qualunque ora della notte, nel caso di bisogno per qualche malato. “È mio dovere, e non posso fare altrimenti!”, rispose una volta al medico, che lo invitava a non affaticarsi troppo con le visite. Per tutte queste opere, qualche milanese arrivò a dire agli amici bergamaschi: “Noi abbiamo un santo cardinale morto, san Carlo Borromeo, voi avete un vescovo vivo”.

Sempre Alessandro VII lo volle creare cardinale e nel 1664 lo mandò come vescovo a Padova, dove guidò la diocesi fino alla morte, per 33 anni. Consapevole della necessità di avere sacerdoti ben formati, fu lui a fondare il Seminario patavino, che arrivò a essere uno dei migliori d’Europa per la qualità dell’insegnamento teologico, ancorato alla Tradizione. Partecipò a quattro conclavi (in due fu tra i maggiori papabili) e morì il 18 giugno 1697 dopo l’ennesima visita pastorale, quando l’intera diocesi di Padova era ormai disseminata di scuole di dottrina cattolica. Beatificato nel 1761, venne proclamato santo da un papa che gli era devoto fin dalla gioventù: san Giovanni XXIII. Il quale, nell’omelia per la canonizzazione, definì san Gregorio Barbarigo “il più grande imitatore di san Carlo”.