• LA MEMORIA LITURGICA

San Giulio, la cura delle pecore viene prima di tutto

Oggi si festeggia san Giulio († 12 aprile 352), eletto papa nel 337 e chiamato a guidare la Chiesa negli anni in cui dilagò l’eresia ariana. Reintegrò sant’Atanasio nella sua posizione di vescovo di Alessandria e custodì con fortezza il deposito della fede, avendo a cuore la salvezza eterna delle anime.

Oggi la Chiesa celebra la memoria liturgica di san Giulio († 12 aprile 352), eletto papa nel febbraio del 337. Nel mese di maggio dello stesso anno, moriva l’imperatore Costantino, che ha avuto un ruolo centrale nella storia del cristianesimo perché è stato colui che nel 313, con l’editto di Milano, permise alla Chiesa di essere finalmente libera dalle persecuzioni. Ma, come sempre, le cose non furono così facili. La cultura di Roma era pagana e l’opposizione al cristianesimo era forte. I cristiani erano ritenuti “ignoranti”, persone di cui non ci si poteva fidare o su cui non si poteva contare. Nonostante questo, il quarto secolo fu probabilmente il più grande secolo per la storia della letteratura cristiana.

Il cristianesimo era costantemente minacciato dall’esterno (e ciò è comprensibile) ma anche dall’interno. Ai tempi di papa Giulio una delle peggiori eresie (l’opposizione dall’interno) era l’arianesimo, la dottrina del sacerdote Ario (256-336), che fondamentalmente non riconosceva la divinità di Cristo. Non era solo un’opinione “innocente”, perché minacciava proprio l’intera e consolidata dottrina cristiana, fondata sulle Sacre Scritture.

Una delle questioni all’epoca era la situazione di Atanasio (296-373), vescovo di Alessandria, strenuo difensore dell’ortodossia cristiana e per questo motivo fortemente sfidato dagli eretici. Papa Giulio lo reintegrò nella sua dovuta posizione di vescovo di Alessandria, anche se il problema non finì nemmeno dopo questa decisione. Il Papa radunò un concilio per decidere sul caso di Atanasio e ribadì chiaramente il primato della sede di Pietro: “Quando sorgono accuse contro il vescovo di Alessandria e altri vescovi, si deve prima di tutto, secondo la consuetudine, scrivere a noi affinché qui, con giustizia, si risolva la controversia”. Questo perché la sede di Roma, quando aderisce agli insegnamenti immutabili della Chiesa che nessun Papa può cambiare, è chiamata a governare su questioni concernenti la fede del popolo di Dio.

Il Papa pensava che non fosse conveniente basare le sue azioni contro gli ariani solo cercando un approccio “amichevole”: sapeva che bisognava chiarire loro che erano in grave pericolo perché le loro azioni contro la Chiesa di Cristo potevano condurli alla dannazione eterna. Dobbiamo sempre ricordare che un Papa, tutti i Papi, non sono i proprietari della Chiesa, non possono fare le cose di propria iniziativa come in una normale compagnia commerciale. Stanno solo custodendo il deposito della fede per il bene dei fedeli e hanno bisogno di consegnare questo deposito ai loro successori fondamentalmente inalterato.

Benedetto XVI, nell’udienza generale del 3 maggio 2006, ha detto: «Il Concilio Vaticano II commenta: “Ciò che fu trasmesso dagli Apostoli comprende tutto quanto contribuisce alla condotta santa e all’incremento della fede del Popolo di Dio. Così la Chiesa, nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede” (Cost. Dei Verbum, 8). La Chiesa trasmette tutto ciò che è e che crede, lo trasmette nel culto, nella vita, nella dottrina. La Tradizione è dunque il Vangelo vivo, annunciato dagli Apostoli nella sua integrità, in base alla pienezza della loro esperienza unica e irripetibile: per opera loro la fede viene comunicata agli altri, fino a noi, fino alla fine del mondo. La Tradizione, pertanto, è la storia dello Spirito che agisce nella storia della Chiesa attraverso la mediazione degli Apostoli e dei loro successori, in fedele continuità con l’esperienza delle origini. [...] Questa catena del servizio continua fino ad oggi, continuerà fino alla fine del mondo. Infatti il mandato conferito da Gesù agli Apostoli è stato da essi trasmesso ai loro successori. Al di là dell’esperienza del contatto personale col Cristo, esperienza unica e irripetibile, gli Apostoli hanno trasmesso ai successori l’invio solenne nel mondo ricevuto dal Maestro. Apostolo viene precisamente dal termine greco “apostéllein”, che vuol dire inviare. L’invio apostolico - come mostra il testo di Mt 28,19s - implica un servizio pastorale (“fate discepole tutte le nazioni...”), liturgico (“battezzandole...”) e profetico (“insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”), garantito dalla vicinanza del Signore fino alla consumazione del tempo (“ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”)».

Un vero cattolico, nonostante i suoi limiti e battute d’arresto, deve rallegrarsi quando la Chiesa difende il suo deposito di fede con coraggio, senza scendere a compromessi con un mondo che si sta perdendo. Papi come Giulio decidono di andare per la via più difficile perché capiscono quanto era in gioco nel concedere troppo a quelli che stavano commettendo enormi errori, perché sapevano che l’errore non ha diritti. Perché un Papa, tutti i Papi, devono sempre ascoltare il comando di Nostro Signore Gesù Cristo che possiamo trovare nel Vangelo di Giovanni: Pasce oves meas, prenditi cura delle mie pecore.