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San Carlino, l'inno alla Trinità

Nel 1634 l’ordine spagnolo degli Oratoriani, altrimenti noti come Trinitari, commissionò a Francesco Borromini il proprio convento romano, sorto in posizione anomala rispetto al solito contesto urbano, ovvero all’incrocio di due assi viari. Il complesso fu intitolato all’arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, canonizzato pochi anni addietro, nel 1610, e fu da subito chiamato San Carlino per le dimensioni ridotte del sito, corrispondenti in pianta a quelle di uno dei quattro pilastri che sorreggono la cupola della chiesa più grande del mondo: San Pietro. Borromini dovette in realtà intervenire in una cappella preesistente dedicata alla Trinità confrontandosi, contemporaneamente, con una disponibilità molto limitata di spazio. Il suo genio creativo seppe elaborare da queste premesse una soluzione considerata tra i più alti esempi di architettura barocca.

La costruzione prese avvio dal convento. Solo dopo quattro anni s’incominciò a erigere la chiesa mentre la facciata fu  innalzata a partire dal 1655 per essere conclusa nel 1670, ovvero dopo la morte del grande architetto, dal nipote Bernardo. Linee ondulate, concave e convesse, definiscono il prospetto in travertino, i cui due ordini sono spartiti da colonne. La statua di San Carlo sopra il portale corrispondeva all’affresco della Trinità, ormai sbiadito, del tondo sorretto dai due angeli nella zona superiore. In posizione angolare, una seconda facciata sostiene la piccola torre campanaria.

L’interno è a pianta mistilinea e pareti scandite da colonne dai capitelli di ordine composito che incorniciano nicchie e porte. La trabeazione continua funge da raccordo con l’ovale della cupola caratterizzato dal disegno dei lacunari ottagonali e cruciformi e dalla lanterna, anch’essa ottagonale, aperta da finestre su ogni lato. La pala dell’altare maggiore è di Pierre Mignard e raffigura San Carlo tra i fondatori dell’Ordine che adora la Trinità.

Linee ugualmente sobrie disegnano la cripta sottostante, con volta a otto spicchi e due cappelle, una delle quali doveva ospitare la salma del suo artefice, sepolto poi in un’altra chiesa romana.

Due ordini di loggiati disegnano il piccolo ma raffinato e accogliente chiostro del convento, dalla forma di ottagono allungato: il pozzo al centro è simbolo dell’acqua di vita vera che è il Cristo.

L’essenzialità dell’architettura borrominiana, l’utilizzo di materiali poveri, le ridotte dimensioni degli ambienti sono la sintassi artistica di un linguaggio che ha saputo perfettamente interpretare la Regola di Vita dell’Ordine in base alla quale tutte le sue chiese devono essere semplici e povere: san Carlo alle Quattro Fontane si configura, in questo senso, come un vero e proprio inno alla Trinità.